venerdì 22 giugno 2012

Corinthian Casuals F.C.

Onorato di ospitare nel blog Rule Britannia uno dei tanti racconti storici dell'ormai leggendario Marco "Hibees1875" (Londra Calcistica Blog), tra quelli già pubblicati sul nostro forum.
Parliamo di un Club affascinante e storico come il Corinthian Casuals, Club con il quale Rule Britannia ha stretto un rapporto di amicizia e di collaborazione.
Il nostro forum/blog sponsorizzerà i Casuals acquistando metà pagina di un programma del Club nella quale verrà presentato il progetto Rule Britannia.

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Andiamo a Tolworth a conoscere i “Pink & Chocolat”, quartiere di Londra, che dista 18km da Charing Cross, la City e' raggiungibile solo col treno(siamo in zona 5) che vi porta in pochi minuti a Waterloo.

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Tolworth Town


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Ma prima di conoscere il Corinthian Casuals....



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Dobbiamo fare un passo indietro e conoscere le storie dei Casuals....



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E dei Corinthian.....



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Casuals F.C.



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Il club viene fondato nel 1878, ed era formato da ragazzi troppo vecchi per giocare nelle scuole di Eton School, Westminster School e Charterhouse School, ma piano piano si estesero, prendendo giocatori da tutte le universita' e scuole pubbliche. Nei primi giorni potevano contare su ben cinque squadre.
Nella FA Cup 1890/91 arrivarono al 1 Turno perdendo 13-0 contro Aston Villa. Ma la stagione successiva hanno vinto 3-0 contro lo Stoke e 4-0 al Nottingham Forest.
I Casuals probabilmente in maniera saggia, hanno deciso di abbondare la competizione.
Ma fecero ottime figure nella FA Amateur Cup, perdendo la finale innaugurale 1894 contro Old Carthusians 2-1 a Richmond.
Vinsero la London Senior Cup nel 1886/87, battendo Old Westminsters, invece la persero in cinque occasioni.
La London Charity Cup fu vinta in sei occassioni in breve tempo.
Nel 1905 furono tra i fondatori dell'Isthmian League e nel 1907 della Southern Amateur League. Vinsero la prima AFA Senior Cup nel 1908 e ancora nel 1913.
Ritornarono nella Isthmian League nel 1919. Furono membri e vinsero la Surrey Senior Cup nel 1930, battendo 2-1 Nunhead.
Nel 1936, vinsero la prima FA Amateur, il piu' grande successo del club, battendo 2-0 Ilford al replay giocato ad Upton Park, dopo 1-1 a Crystal Palace
Arrivo' secondo nell'Isthmian League, tre anni dopo arrivo' la storica fusione con il Corinthians.

INTERNAZIONALI INGLESI

I giocatori del Casuals, che vantano almeno una presenza in nazionale

Richard Raine Barker (1 cap)
Fred Ewer (2 caps)
Bernard Joy (1 cap)
Arthur Topham (1 cap)
Robert Topham (1 cap)

SALA TROFEI

Winners

London Charity Cup: 1891, 1894, 1897, 1901, 1904, 1905
AFA Senior Cup: 1908, 1913
Surrey Senior Cup: 1930
FA Amateur Cup: 1936[7]

Finalists

London Senior Cup: 1889, 1893, 1895, 1896
FA Amateur Cup: 1894
AFA Senior Cup: 1909
Isthmian League: 1937


Corinthian F.C.

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Il Corinthian, vede la luce nel 1882 fu fondato da N. Lane Jackson, assistente segretario della Football Association, con l'intento di creare una squadra che superasse la supremazia scozzese.
La squadra all'inizio giocava solo partite amichevoli, contro altri club amatoriale e maggior parte della zona londinese.
Hanno anche fornito un largo numero di giocatori alla nazionale inglese.
Durante il 1880, nei match della nazionale contro la Scozia, la maggior parte dei convocati militavano nel Corinthian, mentre contro il Galles, furono chiamati due giocatori nel 1894 e 1895.
Tutta la squadra era composta da membri del club, perche' i giocatori del Corinthian provenivano da altri club, la maggior parte da team universitari.
Il Corinthian, inizialmente rifiuto' di entrare nella Football League o di giocare la FA Cup, una delle loro regole presente nel statuto "Divieto di disputare competizioni o coppe con soldi in palio".
Ma nel 1900, sconfissero la forte Aston Villa al Sheriff of London Shield, in quello stesso anno Aston Villa vincera' il campionato.
Il Corinthian avrebbe avuto le capacita' di vincere la coppa, nella stagione 1894 il Blackburn Rovers vinse la FA Cup, battendo 8-1 il Queens Park. Il Corinthian vinse con il Rovers col medesimo risultato. Simile contro il Bury che vinse 10-3, quel stesso Bury che nel 1903 vinse 6-0 la finale di FA Cup contro il Derby County.
Dopo esser entrati nell'Amateur Football Alliance, gli fu proibito di giocare qualsiasi amichevole contro squadre di Football League.
La squadra inizio' a girare il Mondo per diffondere il calcio, il Real Madrid decise di adottare la maglia bianca.
Durante la loro tournee' in Brasile, avvenuta nel 1910. Partirono da Southampton il 5 Agosto, arrivando a Rio il 22 Agosto. La prima partita la giocarono due giorni dopo, contro il Fluminense vincendola 10-1 con Vidal(4), Day(3), Brisley(2), Thew(1). Il successivo match fu contro il RIO XI, il Corinthian si impose 8-1 con Coleby autore di sei reti.



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La partita finale a Rio, fu contro il Brasile, ma il Corinthian era troppo forte, anche per la nazionale verde/oro e si impose 5-2.
Il club si trasferi' a San Paolo, qui gioco' altri tre match, ma in campi piccoli, ma il Corinthian vinse entrambi i match. Palmeiras 2-0, Paulistano 5-0 e Sao Paulo 8-2.
A San Paolo dei ragazzi cercavano il nome da dare ad una squadra e videro questi inglesi, battere tutte le forze brasiliane, da qui nacque una nuova leggenda il Corinthians San Paolo
I giocatori che presero parte al tour furono: M.Morgan-Owen, S.H. Day, W.U. Timmis, R.L.L. Braddell, V.G.Thew, R.Rogers, C.C.Page, F.N. Tuff, J.C.D. Tetley, I.E. Snell, C.E. Brisley, A.T. Coleby, L.A. Vidal, H.C. Howell-Jones, A.H.G. Kerry.
Anche della tournee' in Svezia, nacque' in onore a loro il Corinthian Bowl.
Nel 1904 il Corinthian sconfisse 11-3 il Manchester United(considerata ancora oggi la peggior sconfitta della storia).
Dopo la Prima Guerra Mondiale entrano nella FA Cup, ma con scarsi risultati.
Nel 1927 giocarono la Charity Shield perdendo 2-1 contro il Cardiff City
Nel 1939 si unirono al Casuals e formarono il Corinthian-Casuals

INTERNAZIONALE INGLESI

Ecco i giocatori del Corinthian, che hanno giocato in nazionale

Claude Ashton (1 cap)
Alfred Bower (5 caps)
Bertie Corbett (1 cap)
Norman Creek (1 cap)
Graham Doggart (1 cap)
Tip Foster (4 caps)
C. B. Fry (1 cap)
Kenneth Hegan (4 caps)
Arthur Henfrey (4 caps)
Cecil Holden-White (2 caps)
Anthony Hossack (2 caps)
Vaughan Lodge (2 caps)
Bernard Middleditch (1 cap)
William Oakley (12 caps)
Basil Patchitt (2 caps)
G.O. Smith (7 caps)
Geoffrey Plumpton Wilson (2 caps)


Corinthian-Casuals FC

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Formato nel 1939 dall'unione dei due club amatoriali, Corinthian e Casuals.
Ma subito dopo ci fu l'inizio della Guerra e anche la nuova squadra sospese l'attivita'.
Nel 1945, il Casuals venne inserito nell'Isthmian League e pian piano inizio la sua scalata verso le posizioni alte.
Nel 1988 il team acquisto lo stadio a King George's Field in Tolworth, e nel Tour in Brasile, il campione Socrates, gioco' una partita con la maglia del Corinthian.


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A proposito il Corinthian Casuals si sposto' dal Queen's club. Fu casa del Corinthians dal 1922.
Nel 1954, il Corinthian batte 2-0 Epsom e vinse la Surrey Senior Cup, nel 1956 arrivo' la finale nella FA Amateur Cup, il match di Wembley contro il Bishop Auckland fini' 1-1 con rete di Norman Kerruish. Al replay fu vita facile per il Bishop che si impose 4-1. L'anno dopo raggiunse la semifinale dell'Amateur Cup.
Dopo questo punto alto, il club ebbe un declino, ci fu solo qualche momento d'orgoglio, come nel 1965/66 quando il club raggiunse il primo turno di FA Cup, contro il Watford, ma perse 5-1.
Nel 1973 il Corinthian Casuals retrocesse nell'Isthmian Division Two dove rimase fino al 1978, quando avvenne un'altra retrocessione.
il Casuals dalla stagione 1983/84 furono ospiti in diversi stadi e Isthmian la espulse dal suo campionato. Ironicamente furono degli anni fantastici, con il club che raggiunse il 1 Turno di FA Cup, dopo il pareggio 0-0 in casa col Bristol City, partita giocata a Dulwich, persero 4-0 al replay. Nella stessa stagione il club fini' quinto ed arrivo al 5 Turno di FA VASE.
La prima stagione nella Spartan League fu un disastro con il club che retrocesse un altra volta. Ma nella successiva stagione il club risorse ed ottenne la promozione. Rimase nella Premier Division per 12 anni.
Nel 1988 fu un anno storico con il club che ottenne la sua casa a Talmworth e fece la tournee' in Brasile.
Nel 1993 arrivarono secondi, nel 1995 vinsero la League Cup e nel 1996 dalla Spartan League i Casuals passarono alla Combined Counties League.
Alla prima stagione nella nuova serie arrivarono subito secondi, conquistando cosi' la promozione nell'Isthmian League.
Nelle prime tre stagioni in Isthmian Division 3, il club si piazzo' 10th, 11th e 10th ed il club vinse la Coppa Disciplina della Ryman League nella stagione 1999/00.
La miglior posizione in questi anni fu un 5 posto nel 2000/01 per tre punti manco' la promozione, le riserve vinsero la Suburban League South e London Intermediate Cup.
In Maggio andarono in Tournee' in Brasile, conquistando la São Paulo Athletic Invitation Cup. Vinsero contro Paulistano e São Paulo AC, ma subirono una sconfitta 2-0 Corinthians Paulista U-21.
Nella stagione 2001/02 Isthmian League si riorganizzo i primi sei avrebbero guadagnato la promozione. Per quasi tutta la stagione il Corinthian lotto nella parti alte, ma ebbe un calo e chiuse al decimo posto. Ma grazie ad un astuto piano, che ha portato ad un ritocco dello stadio, il Corinthian riusci' a guadagnare la promozione.
Nella nuova Division One South, il club fini' per due volte tra le ultime quattro classificate. La stagione 2004/05 a Capodanno il Corinthian si trovata al terzo posto, ma una sconfitta pesante con Horsham, portarono la squadra ad una crisi pazzesca, solo due vittorie in 18 partite e chiusura della stagione al 18 posto.
La stagione 2005/06 fu terribile con i Casuals che chiusero all'ultimo posto, ma la fortuna arrivo' in soccorso, grazie a fallimenti rimasero nel 4 step.
Le successive stagioni 2007/08, 2008/09 and 2009/10.


Sala Trofei

1939 – Merger of the Corinthians and the Casuals, took Casuals' Isthmian League place on its resumption after War
1955–56 – FA Amateur Cup runner-up
1974 – Relegated to Division Two
1977–78 – Division Two renamed Division One; Relegated to (new) Division Two
1984 – Left Isthmian League
1996–97 – Joined Combined Counties League. Combined Counties League runner-up
1997–98 – Rejoined Isthmian League, in Division Three
2001–02 – Promoted to Division One South on league re-organisation

Best league position: 5th in Southern League, Premier division (then level 6), 2002–03
Best FA Cup performance: 1st round replay, 1983–84
Best FA Amateur Cup performance: Runners-up (after replay), 1955–56
Best FA Trophy performance: 2nd round, 2002–03
Best FA Vase performance: 5th round, 1983–84

Stadio

Gioca le gare interne al King George's Fields(2,700 spettatori)


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di Marco Parmigiani








giovedì 21 giugno 2012

L' Anno del Bue



Sono contento ed orgoglioso di pubblicare un nuovo meraviglioso racconto del nostro Sir Simon!!



Se improvvisamente vi trovate catapultati sotto guglie alte che si stagliano nel cielo sereno di una splendida primavera, fra torrette, muri e strade di pietra serpeggianti, antiche chiese e palazzi, in un luogo dove sembra quasi che il tempo si sia misteriosamente fermato, mantenendo l'aspetto fatato di una cittadina gotica, e siete circondati da gruppi di studenti con toga e berretto che discutono sulla soglia del portone di un College, non preoccupatevi, siete a Oxford. Dove trasuda ancora una certa essenza della vecchia Inghilterra. Dove tutto è magico. Dove si respira tradizione, cultura, e tranquillità, sebbene da qui in quasi mille anni di storia sia passato davvero di tutto. Rinnegati, inventori, geni, ciarlatani, benefattori dell'umanità, venditori di pozioni miracolose, e rampolli dell'alta società. Perfino quattro re inglesi e otto stranieri, quarantasette vincitori di premi Nobel, venticinque ministri, ottantasei arcivescovi e diciotto cardinali. Fu Mattew Arnold, poeta e critico letterario, a coniare il termine di “città dalle sognanti guglie” per descrivere l'armonica struttura architettonica degli edifici universitari. Ma la cosa che colpisce prima ancora di entrare in centro è il paesaggio: Oxford e' letteralmente immersa nel verde della campagna inglese e percorsa da numerosi canali. Qui il Tamigi si restringe e incontra il Cherwell, diventando cosi il palcoscenico ideale di numerose gare di canottaggio che vengono disputate in tutte le stagioni. Questo tratto del Tamigi viene chiamato the Isis. Ed è proprio in questa zona che durante il periodo sassone si parlava di "Oxenaforda", ovvero "ford of the ox", il guado del bue. E qui di buoi che hanno attraversato il fiume per dare vita a sodalizi calcistici che riflettono il nome e la storia della città c'è ne sono due. A dire il vero il football non è mai stato molto in alto nelle priorità di Oxford. Il calcio si è quasi sempre misurato con un ambiente abbastanza indifferente e di moderate aspettative. Uniche, parziali, eccezioni sportive sono riservate come già accennato in precedenza al canottaggio, esercizio dall'aura aristocratica, e al Varsity match di rugby. Il tutto però da contestualizzare sempre in ambito accademico nella sfida infinita con l'altra storica istituzione universitaria del paese e cioè Cambridge. Tornando al calcio gli archivi ci dicono che nel 1882 viene formato l'Oxford City, che nel 1906 si prese la soddisfazione di vincere l'Amateur Cup battendo 3-0 il Bishop Auckland, per poi adagiarsi per sempre su gradini inferiori della piramide inglese anche se a dire il vero nel 1979 ci fu un tentativo di rilanciare il club quando divenne una società per azioni e la direzione affidata al leggendario Bobby Moore assistito dal suo ex compagno al West Ham United Harry Redknapp. Ma non ci fu il successo sperato, anzi nel 1988 i “City” dalla deliziosa maglia a strisce orizzontali bianco blu, dovettero abbandonare la White House Ground per problemi di sfratto, riemergendo sportivamente solo nel 1990 quando si iscrissero alla South Midlands League insediandosi a Court Place Farm in Marsh Lane. Ma torniamo indietro perché non è questa l'Oxford calcistica che in questo momento ci interessa. 1893 allora. Headington. Un pugno di case a qualche chilometro dalla cittadina. Posizionato in cima alla collina che domina Oxford nella vallata dove scorre placido uno stretto Tamigi. Quattro anni prima nel villaggio era arrivato come vicario il Reverendo John Scott-Tucker figlio di un chierico del leicestershire. Se ne andò a vivere nella canonica di S. Andrew, un grande edificio in pietra dalle mura alte, i tetti aguzzi, e grandi comignoli fumanti. In quel fatidico 1893 insieme al medico locale Robert Hitchings decide di fondare l'Headington football club. Sarebbe dovuto servire semplicemente alla squadra di cricket per mantenere la forma durante il periodo invernale. Il gioco però si farà subito serio e l'anno successivo viene aggiunto il suffisso United e “the boys from over the hill” iniziano la partecipazione ai primi tornei fino a raggiungere nel 1921 l'Oxfordshire Senior League. Nel 1925 ci fu l'aquisizione del Manor Ground in London Road, impianto che fra i soliti rimpianti verrà abbandonato e demolito nel 2001. Nel 1954 ci sarà anche una virtuosa partecipazione alla FA Cup dove l'Headingdon United raggiunge clamorosamente il quarto turno dopo aver eliminato squadre del calibro di Millwall e Stockport, per poi arrendersi non senza aver venduto cara la pelle al Bolton Wanderers. Ma l'incrocio della storia stava già per arrivare. La prima curva era stata svoltata nel 1950 quando i colori originali arancio-blu erano stati abbandonati per passare ad una tonalità giallo ocra con rifiniture nere la cui scelta non è stata ancora del tutto chiarita. Nel 1960 ecco anche la nuova denominazione. Oxford United Football Club. Trasferimento breve e apparentemente indolore per dare maggiore risalto e profilo alle imprese sportive di un club che ora si accollava l'onere e l'onore di rappresentare l'antica e famosa città. Nel 1962 aderiscono alla Football League dopo aver vinto la Southern subentrando al posto dell'Accrington Stanley in bancarotta, e nel 1968 sono già in seconda divisione, dalla quale retrocederanno solo nel 1976. Crisi e debiti investono però il club in apertura degli anni 80. Il contenzioso con la Barclays Bank viene sedato grazie alle sterline dell'imprenditore Robert Maxwell che nel 1982 rileva la società militante allora in terza divisione. Ma dopo il sospiro di sollievo a Manor ground arriva il delirio del potente. Maxwell propone la fusione con i vicini del Reading per fondare un sodalizio fra il ridicolo e il farsesco dal nome Thames Valley Royals. Solo grazie a una massiccia levata di scudi dei tifosi il progetto fortunatamente si arenò. Alla guida degli Us era arrivato nel 1981 Michael James Smith detto Jim nato a Sheffield nel 1940 fra le sirene e le deflagrazioni dei bombardamenti tedeschi. Ha la faccia del mite allevatore dello Yorkshire e la passione per lo Sheffield Wednesday. Ma ironia della sorte non lavorerà nel campo di una fattoria, ma in quello di uno stadio e tanto per iniziare non in quello delle amate Owls, bensì in quello dei rivali cittadini dello United. E' il 1959. Ma alle Blades l'avventura durerà poco e le soddifazioni maggiori arriveranno negli anni seguenti con l'Halifax Town e il Boston United, tanto che quest'ultima squadra lo richiamerà nel 1969 come player manager. All'Oxford United compie un mezzo miracolo. In poco meno di due anni porta la squadra in First Division con due promozioni consecutive. Una statua in High Street direte voi, o per lo meno un contratto migliore. No. Robert Maxwell e Jim Smith non troveranno l'accordo per il nuovo contratto. “The bald eagle” si accasa al QPR e al Manor Ground il nuovo manager è Maurice Evans, faccia rubizza e sorniona, uno nato nelle vicinanze di Oxford, a Didcot, ex membro della RAF, e con alle spalle solo una breve esperienza nei settori giovanili. E qui il destino compie uno di quegli incroci che difficilmente si ipotizzano a inizio stagione. I due infatti non solo si dovranno affrontare due volte nella First division 1985-86, la prima dopo i fatti dell'Heysel, ma anche in una storica finale di coppa di lega, che la federazione per ragioni di sponsorizzazione riempie di latte “pregiato”. La Milk Cup. Quell' Oxford United si classificò al diciottesimo posto finale della classifica a pari punti con il Leicester City, lasciando l'onta della retrocessione a Ipswich, Birmingham City, e WBA. Su tutti spiccano Ray Houghton e John Aldridge. Houghton è nativo di Glasgow ma grazie al padre irlandese giocherà in nazionale proprio per il team di Dublino. E forse non è un caso. Occhi vispi e fisico robusto, non molto alto di statura, sorridente e goliardico, con un cappello a punta in testa e la maglia verde d'Irlanda appare più un folletto che un membro di un clan scozzese. In ogni caso tatticamente parlando è un centrocampista dalle spiccate doti offensive che arriva a Oxford dopo tre stagioni da incorniciare al Fulham con 129 presenze e 16 reti. Aldridge invece nasce a Liverpool nel 1958, elegante col baffo curato da ufficiale, fiuta il goal come pochi. Inizia la sua carriera nel 1978 con il South Liverpool, squadra militante in Northern Premier League. L'anno successivo ottiene il suo primo contratto da professionista, passando al Newport, in Fourth Division per 3500 sterline. La prima stagione è molto promettente: il ragazzo realizza qualcosa come 14 gol in 38 partite, risultando determinante per la promozione in Third Division e per la vittoria in Coppa del Galles. Nella stagione successiva segna 7 reti in 27 partite, contribuendo al fenomenale cammino europeo in Coppa delle Coppe, dove il Newport riesce a raggiungere niente meno che i quarti di finale. Nella stagione 1981-1982 segna 11 gol in 36 partite, poi nel 1982-83 fa ancora meglio con 17 gol, con il Newport che sfiora la promozione in Second Division. Nella stagione successiva, nonostante la partenza del suo compagno d'attacco Tommy Tynan disputa un'altra ottima stagione segnando 26 reti. Nel 1984 si trasferisce a Manor ground per 78.000 sterline. Il suo debutto con la nuova maglia è datato 7 aprile 1984 nella vittoria per 1-0 contro il Walsall mentre il primo centro arriva nella vittoria per 5-0 contro il Bolton.
La League Cup per gli Us parte con un doppio confronto contro il Northampton Town e una doppia vittoria, per 2-0 in casa e per 2-1 in trasferta. Il 30 ottobre 1985 arriva subito lo scoglio bianco nero del Newcastle United. Ma gli uomini di Evans non si lasciano intimidire e battono le gazze per 3-1. I sorteggi favoriscono l'Oxford anche nei due incontri successivi regalandogli l'opportunità di giocarseli entrambi di fronte al proprio pubblico. Cadranno nell'ordine Norwich City e Portsmouth anche loro come il Newcastle per tre reti a uno. La prima semifinale si gioca al Villa park il 4 marzo 1986 contro l'Astonvilla e sarà proprio John Aldridge con due reti di cui una su rigore a far si che i gialli di Oxford portassero a casa un rassicurante 2-2 finale. Al Manor Ground la settimana successiva è un autentica battaglia. Alla fine i padroni di casa la spunteranno per 2-1, con i goal del gallese Jeremy Charles e di Les Phillips. Il 20 aprile 1986 in un pomeriggio di sole si aprono le porte di Wembley per la finale di Milk Cup. Oxford United contro Queen's park Rangers. Oltre 90000 i biglietti venduti. I tifosi Hoops stipati nella “tube” hanno la sensazione di esserci solo loro. Stavolta sono i padroni della metropolitana. Due anni prima l'avevano dovuta condividere per ben due volte con quelli degli spurs e a dire la verità si stava un po' “stretti”..E alla fine la coppa, la FA Cup, era anche andata a White Hart Lane. Adesso si sentivano il trofeo in tasca. Ma chi erano alla fine questi di Oxford? Non avevano il pedigree, non potevano impensierirli. Ma appena si aprono le porte, sulla Wembley Way è una marea gialla. Cori collettivi e altri separati ma legati alla solita unica passione:“Siamo i ragazzi di Didcot, siamo quelli di Bicester, Siamo di Watlington, di Witney..”. In trentamila vocianti e rigorosamente in giallo e nero. Quelli del QPR non si aspettavano un pubblico avverso del genere. In fondo la squadra da battere era la loro quel giorno. E loro erano quelli di Londra, quelli della capitale delle avanguardie, quelli del Loftus road, quelli di Rodney Marsh e Stan Bowles. E a guidare sul campo il QPR in quella finale c'era Jim Smith, chi meglio di lui poteva conoscere gli avversari e batterli senza problemi. E c'era anche Terry Fenwick, quello del momentaneo pareggio contro il Tottenham nella prima finale del 1982. Ma il destino aveva deciso diversamente. Il primo goal per l'Oxford arriva al 40° del primo tempo quando il pallone rilanciato da Paul Barron il portiere del QPR innesca una velocissima manovra degli Us che mette in condizione il numero dieci Trevor Hebberd di eludere nettamente la guardia di Alan McDonald e poi di battere rasoterra sul primo palo Barron per l'uno a zero. Dopo appena sette minuti dall'apertura della ripresa Ray Houghton metterà il sigillo a un contropiede magistrale siglando il 2-0. Braccia al cielo, corre alla ricerca di qualcuno o qualcosa da abbracciare. Il primo che trova è il terzino John Trewick, poi il mucchio di maglie gialle festanti si infittisce come la consapevolezza di avercela quasi fatta. Certezza che arriva a quattro dal termine quando un tiro in corsa di Aldridge ribattuto a stento da Barron finisce nei piedi dell'accorrente Jeremy Charles, barba incolta e furia leonina, che su un pallone con scritto spingere non può esimersi dal realizzare un facilissimo 3-0. 



Esplode la gioia sugli spalti e sulla panchina dello United. Il capitano Malcom Shotton guida i suoi sui 39 scalini del royal box per ricevere la coppa, stringe mani, sorride, abbraccia il presidente, mostra al mondo quella bellissima maglia gialla con la testa del bue sul petto che la luce di un mite pomeriggio londinese fa brillare ancora di più, e alza al cielo la coppa. A fine gara Maurice Evans deciderà di regalare la propria medaglia a Ken Pesci, 72 anni e una vita nello staff degli Us. Un bel gesto e qualche lacrima. Quelli di Oxford si sono laureati.



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di Sir Simon

domenica 3 giugno 2012

TRA LE BRUME DEL LOCH NESS


Una tiepida sera di agosto di due anni fa nel mio secondo viaggio in Scozia uscii dalla pensione dove alloggiavo con i miei amici a Drumnadrochit (nome illeggibile e apparentemente impronunciabile), incamminandomi attraverso un sentiero che dopo un brevissimo tragitto mi avrebbe condotto sulle rive del Loch Ness; nella mia mente cullavo un pensiero alquanto illusorio. Che, se da un lato incuteva in me una profonda paura, dall'altro stuzzicava in maniera elettrizzante la mia fantasia. Lo sciabordio delle acque giungeva distintamente dal buio oltre la cortina degli alberi, nell'immoto silenzio rotto soltanto dalle rare auto che transitavano sulla statale A82 che congiunge Inverness a Fort Augustus. Dalle rive ghiaiose cercavo di penetrare l'oscurità per cogliere le onde che correvano sulla superficie del lago e, con esse, l'improbabile verificarsi dell' evento..
Camminando mi domandavo come fosse possibile che, nel corso degli anni, centinaia di farneticanti visionari si fossero intestarditi ad affermare di aver scorto tra le acque un imponente presenza, spesso descritta come una creatura misteriosa. Quali sensazioni li avranno pervasi e quali saranno state le loro emozioni nell'assistere a quello, che per certi versi, può essere considerato uno degli ultimi misteri della natura? Pensavo che mi sarebbe piaciuto entrare a far parte della schiera dei testimoni, se il caso o la fortuna mi avessero aiutato: avrei potuto riferire le impressioni riportate, avrei potuto confermare l'esistenza della “creatura”, oppure sarei svenuto dalla paura al punto che, dopo, tutti avrebbero pensato che stavo sognando, o che forse la seconda pinta di Tennent's aveva già avuto un effetto deleterio sulle mie facoltà mentali.
Non vi era alcun valido motivo per il quale scelsi di allontanarmi dai miei amici e recarmi da solo sulle rive del Loch Ness quella sera; avevo solo deciso di scrutare il lago. Una sorta di isolamento romantico, in un luogo che induceva piacevolmente alla riflessione. Ritenevo che la sera fosse il momento migliore in cui un animale, a quanto pare dotato di notevole scaltrezza nel rendersi elusivo, avrebbe potuto tranquillamente uscire allo scoperto. Un pallido chiarore lunare si rifletteva in un luogo imprecisato del lago permettendomi di cogliere strane ombre che venivano amplificate dalla mia suggestione. Mi accorsi che ovviamente erano solo giochi d'acqua, che oltretutto, si ripetevano con monotonia. Improvvisamente udii alle mie spalle un secco rumore di sterpaglia calpestata e pensai a un animale o a un simpaticone dei miei compagni di viaggio in odore di scherzi. Per un attimo ebbi paura. Il rumore in realtà, non sembrava prodotto da qualcosa di particolarmente voluminoso per cui mi feci coraggio, avvicinandomi alla fonte, e potei così scoprire una coppia di grossi rospi, in risalita nella non impegnativa china della boscaglia, che si accingeva ad attraversare la strada per inoltrarsi poi nel folto bosco delle alture circostanti. Così in maniera un po' comica ebbe termine la mia breve caccia a Nessie... 


190im

Ma c è chi fra maniaci e ricercatori, della caccia al mostro di Loch Ness ne ha fatto una vera e propria ragione di vita, mentre altri meno appassionati un florido interesse commerciale. Tutto cominciò nell'alto medioevo, quando ancora poche persone sapevano leggere e scrivere, uno scrivano di nome Adamnan nel tepore del fuoco di un convento spazzato dal vento, scrisse la biografia di San Colombano, cui è attribuita la conversione dei Pitti, l'antico popolo che abitava le terre di Scozia.
Secondo questa biografia San Colombano durante i suoi viaggi nei territori dei Pitti avvenuti nel 565 circa, arrivò sul fiume Ness e mandò uno dei suoi compagni sull’altra riva a prendere una barca là ormeggiata malgrado che al suo arrivo avesse trovato sulla spiaggia alcuni abitatori del luogo che seppellivano un uomo “morso con malvagità”. Carico di fiducia e coraggio l’inviato di San Colombano era appena giunto a metà percorso quando un mostro fuoriuscito dalle acque, gli si avventò contro con “un grande ruggito e la bocca spalancata”.
Il santo resosi subito conto del pericolo ordinò prontamente alla creatura di andarsene (“Vattene subito!”), facendo desistere e scappare il mostro, “più velocemente che se fosse trainato con corde”. Questo delizioso aneddoto del santo può risentire di un leggero tocco scozzese, ma probabilmente non è del tutto inventato.
Infatti nei secoli seguenti si affermò la tradizione che nel lago vivesse un “cavallo acquatico” (come in altri laghi scozzesi), e un viaggiatore del XVII secolo raccontava di un isola galleggiante che appariva e scompariva, mentre per generazioni i bambini di quel posto vennero avvertiti di non giocare troppo vicino all’acqua. Nel novembre del 1933, un impiegato della British Aluminium Company, di nome Hugh Gray, fu a tutti gli effetti il primo uomo che riuscì a fotografare il “mostro”. Riguardo a quest'emblematica fotografia si scatenarono varie ipotesi, dato che è difficile cogliere nell' immagine una figura chiara e distinta. Poi l'anno successivo comparve la celebre “testa” del medico londinese Kenneth Wilson che poi a distanza di anni dichiarò e mostrò al mondo la sua falsificazione. Poi nel 1960 ecco la foto di Peter O'Connor e il filmato di Tim Dinsdale che portarono legna al focolare del mito. Il “mito” di Nessie, un mito che ha sfidato il tempo, correndo verso l'eternità.


di Sir Simon

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martedì 29 maggio 2012

Le 4 spine che punsero il Celtic.


Si chiama Partick Thistle Football Club ma con l'omonimo quartiere di Glasgow non ha più niente a che fare dal 1908. Da quando lo stadio delle origini il Meadowside ground, usato dalla fondazione del 1876, fu demolito per fare posto a un granaio. Quei modesti pedatori dovevano fare spazio all' operosa e fervente Glasgow di inizio secolo. Porto, cantieri, fabbriche e ciminiere. Se lo cercate dovrete spostarvi di qualche chilometro a nord est, esattamente nella zona di Maryhill. Fra vecchi edifici vittoriani di fine ottocento. Pietra arenaria, soffitti alti, e ringhiere nere spesso fradice di pioggia. Quartiere relativamente benestante e socialmente variegato con una forte connotazione studentesca per la presenza nelle vicinanze, della Glasgow Strathclyde University e vari campus universitari. Il quartiere dell' oasi verde di Ruchill Park e del Firhill Stadium, la casa del Partick Thistle.



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La tana dei “Jags”. Uno stadio con un piccolo record. Nel 1955 infatti gli svedesi del Djurgarden a causa dell'ondata di gelo che aveva colpito il paese decisero di giocare la loro partita casalinga contro l'Hibernian proprio al Firhill Park di Glasgow, e lo stadio del Partick diventò così il primo impianto scozzese ad ospitare un match della coppa dei campioni. Una delle più importanti squadre di Glasgow dopo i giganti dell'Old Firm, il Partick Thistle adottò all'inizio la maglia blu navy con il cardo sul petto, mutuandola da quella della nazionale. La divisa fu abbandonata nel campionato 1936/37 sostituendola con il kit giallo-rosso-nero attuale preso in prestito dalla squadra di rugby del West of Scotland. Da allora non si cambierà più, e oserei dire fortunatamente. Solo per la recente commemorazione del centenario a Firhill, il club ha deciso di rispolverare per una stagione la maglia delle origini. La disomogenea composizione del quartiere ha favorito una marcata “libertà religiosa” di cui i tifosi ne vanno molto fieri e le loro canzoni lo rimarcano spesso. D'altro canto le vittorie da ricordare agli avversari non sono molte, ma questo è un problema che in Scozia goliardicamente parlando hanno quasi tutti i club... Ma c'è un successo che tutti ricordano, che ha fatto scalpore, e messo il club sotto la luce dei riflettori. Si tratta della famosa vittoria nella Scottish League Cup del 1971 contro il Celtic.



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Sabato 23 ottobre 1971. Le parole di chiusura di Sam Leitch su “Focus Football Tribune” furono più o meno queste: “Oggi si gioca la finale di Coppa di Lega fra il Celtic e il Partick Thistle e questi ultimi ovviamente non hanno alcuna speranza”.
In tutta verità veramente nessuno avrebbe potuto dissentire da questa affermazione. Chi poteva obiettare? Il grande Celtic di Jock Stein era nel bel mezzo di un regno che lì aveva già portati non solo a dettare legge in patria ma anche a vincere la Coppa dei Campioni nel 1967, e solo l'anno precedente avevano perso la possibilità di bissare il successo di Lisbona perdendo malamente la finale di San Siro contro il Feyenoord. Una squadra piena di campioni di livello internazionale come Jimmy Johnstone, Kenny Dalglish, Bobby Murdoch, Tommy Gemmell, e Davie Hay. Eh si, probabilmente Sam aveva ragione, il Thistle si sarebbe dovuto inchinare ai biancoverdi. I ragazzi di Davie McParland erano saliti da poco in prima divisione con un età media di appena 22 anni. In molti gicavano full-time, ma c'era anche chi aveva ottenuto la qualifica di elettricista, Jackie Campbell per esempio era un disegnatore, Frank Coulston l'attaccante un insegnante di educazione fisica, e il giovane Denis McQuade stava studiando filosofia all' Università di Glasgow. Nel cammino verso Hampden avevano avuto la fortuna di incontrare squadre di rango medio-basso come l'East Fife, il Raith Rovers, l'Arbroath, Alloa, St. Johnstone e infine il Falkirk in semifinale.
Ad Hampden Park sono in 62.470 la sera della finale. In tribuna anche Alan Hansen 16 anni fratello del terzino John Hansen del Thistle. Quell'Alan che ha esordito proprio con il Thistle nel 1973 per poi fare le fortune del Liverpool qualche anno dopo. I giocatori del Partick non avevano neppure voglia di uscire dal tunnel degli spogliatoi per il riscaldamento di rito. Troppa paura, troppo timore reverenziale nei confronti dei campioni affermati del Celtic. Non volevano incrociare i loro volti, i loro sguardi, temevano che lì avrebbero guardati dall'alto in basso, che gli avrebbero presi in giro. Quando finalmente si decisero a saggiare il terreno di gioco, Lou Macari del Celtic andò loro incontro sorridente dicendogli: “Beh almeno andrete a casa con una bella medaglia d'argento..” Malizioso o gentile? Questo non lo sapremo mai.
Poi l'attesa del fischio d'inizio. Il nervosismo, le parole del manager, i gesti scaramantici, il respiro affannoso, le mani dell'massaggiatore, forti e sicure, i muscoli che riacquistano vigore ed energia, e le maglie gialle da indossare e onorare. Il brusio e i canti della folla in sottofondo. Ma ora basta si gioca, il saluto, la stretta di mano. Alla fine le partite vanno giocate. Nonostante la forza degli avversari, tutto è ancora da decidersi, nel gioco labile e sottile delle possibilità. Quando si batte il calcio d'inizio, è un po' come gettare i dadi in aria, come pescare una carta, in fondo a volte i sogni si avverano, a volte non naufragano nelle illusioni. Fu una serata magica, di dolci memorie, quasi di commozione. Come una serata a teatro. E nel teatro di Hampden gli attori vestiti di giallo rosso dopo soli 37 minuti stanno conducendo per 4-0. Rea, Lawrie, McQuade, e per finire Jimmy Bone. Incredibile.




Nel secondo tempo Dalglish firmerà a venti minuti dal termine il goal della bandiera per il Celtic, mentre molti tifosi dei Bhoys iniziano già a sfollare delusi, e all'interno di Hampden incomincia a spuntare qualche tifoso dei Rangers che non poteva mancare all'umiliazione degli eterni rivali. La festa che ne seguì per le strade di Maryhill, fu di quelle da ricordare. Brividi che entrano nel cuore, sensazioni, e frammenti di storia che fanno impallidire questo volgare presente. Era il 23 ottobre 1971, il giorno in cui il cardo punse quattro volte il Celtic.


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di Sir Simon

Giant Killer? Sutton United 1989..


Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti in cui i piccoli battono i grandi. Ogni volta è sempre un emozione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal del più debole è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. E' forse non c'è teatro migliore per queste rappresentazioni che quello della celebre FA Cup. La coppa che parte dai piccoli stadi periferici delle grandi città, da quelli sperduti nella campagna inglese, piano, piano, senza fretta scalando la piramide, fino alle luci abbaglianti di Wembley.
Non spostiamoci troppo da Londra. Scendiamo a Sutton. Difficile capire dove finisce la Greater London e comincia il Surrey. Si perché un tempo la cittadina faceva parte proprio dell'antica contea del Surrey. Una striscia sabbiosa chiusa fra l'argilla del nord e le colline gessose del sud.
Ed è ancora più difficile trovare il Borough sports ground in Gander Green Lane ovvero la casa del Sutton United. Anno di fndazione 1898. Maglia gialla e un crest bellissimo derivante dallo stemma di medievali memorie del borough of Sutton. Un club che incarna molto bene lo stereotipo del piccolo club di non-league. E delle storie che questi sodalizi si portano dietro. Ma abbiamo iniziato parlando di poesia. Eccola. Il Sutton United è stato l'ultimo club non professionistico a eliminare dalla FA Cup una squadra della massima serie. E in quel giorno non una squadra qualunque. Il 7 gennaio 1989 gli Us eliminarono nel terzo turno niente meno che il Coventry City, che appena due anni prima aveva sorpreso tutti conquistando il trofeo in una storica finale contro il Tottenham Hotspur.
Una reputazione quella del Sutton prima della stagione 1988/89 che parlava di vittorie nella Athenian League di cui furono membri fino al 1963, quando si unirono alla Isthmian League. Avevano giocato a Wembley per tre volte, nel 1963 (perdendo contro il Wimbledon nella FA Amateur), nel 1969 (quando hanno perso ancora contro il North Shields) e nel 1981, quando sono stati sconfitti nella finale di FA Trophy contro i “vescovi” di Stortford. Il Sutton poi suscitò una buona impressione nella stampa nazionale nel 1970, quando riuscirono a raggiungere il quarto turno proprio in FA Cup, battendo Dagenham, Barnet e Hillingdon Borough, strappando un clamoroso pareggio casalingo con il Leeds United, uno dei giganti del calcio inglese e europeo del momento. Ad Elland Road di fronte a una folla di 14.000 persone, tuttavia, furono battuti nel replay per 6-0 dalla squadra di Don Revie. Nel 1979 ecco invece l'affermazione nell'originale torneo anglo-italiano. La loro parabola cominciò a cambiare a metà degli 80. Prima del 1986, i posti in seno alla Conference erano stati disponibili solo a squadre del Sud e della Nord Premier League, ma dal 1986 è stato permesso alla Isthmian League una terza promozione, e il Sutton United è stata la prima squadra ad approfittarne, vincendo il titolo per la seconda stagione di fila (e la terza volta in totale). Una volta nella Football Conference, nel 1988 in FA Cup, hanno ottenuto il terzo turno della competizione, battendo Aldershot e Peterborough United prima di perdere nella ripetizione contro il Middlesbrough.
Ma nel 1988/89 vale a dire l'anno seguente, dopo essersi imposti sul Walton & Hersham, Dagenahm, e Aylesbury United, si riaprirono le porte del third round. Il sorteggio disse partita in casa contro il Coventry City. Un club, che al momento, poteva vantare una ventennale presenza in First Division. Gander Green Lane deve essere stato un luogo inospitale per le stelle degli Sky Blues in quel freddo pomeriggio ventoso del gennaio 1989, fra piccole tribune dietro le quali si ergevano alberi spogli. Il Coventry poteva contare su almeno sette giocatori che avevano vinto la FA Cup due anni prima, ma dopo un periodo iniziale di pressione, divenne presto evidente che il Sutton non sarebbe stato intimidito dal loro prestigio. Il centrocampo degli uomini di Barrie Williams chiusero ogni passaggio, ogni varco, mordendo le caviglie e non concedendo tempo e spazio al Coventry City per sviluppare trame pericolose. La migliore occasione nelle fasi iniziali fu allora proprio dei gialli con Matthew Hanlon, il cui tiro basso venne respinto da Steve Ogrizovic. Fu l'avvisaglia del pericolo. Sul corner di Mark Golley, Tony Rains, il capitano, colpisce di testa dopo la spizzicata di un compagno, regalando incredulo il goal ai suoi. E' il 42° del primo tempo, e sul punteggio di 1-0 si chiude la prima frazione.
Ma l'ebrezza del vantaggio durò appena sette minuti dall'inizio del secondo tempo. Dave Bennett poco ostacolato dai giocatori di casa trova Steve Sedgley, il cui tocco si infila tra due difensori servendo David Phillips che batte Trevor Roffey comodamente. Ma Matthew Hanlon, che aveva avuto una buona occasione anche nel primo tempo, coglie impreparata la difesa del Coventry, e sullo spiovente proveniente da un lancio dalla tre-quarti susseguente a un calcio d'angolo, spara da distanza ravvicinata, per il 2-1. Alcuni minuti dopo, lo stesso Hanlon avrebbe potuto mettere la partita in ghiaccio, con un bel tiro al volo dal limite dell'area. Il Coventry ovviamente non ci sta. Comincia a spingere in avanti nella caccia disperata almeno di un pareggio per salvare la faccia e ottenere il replay ad Highfield Road. Cyrille Regis vede il suo tiro brillantemente salvato da Roffey. Keith Houchen e Steve Sedgley colpiscono addirittura la traversa, mentre un colpo di testa di Brian Kilcline si spegne sul fondo dopo il prodigioso salvataggio del terzino Robin Jones. Il Forte Alamo alla fine resiste a tutti gli assalti dei nemici. Quando il signor Alf Buksh fischia la fine, la folla invade il campo per festeggiare la grande impresa. Il Sutton quella sera era cinque divisioni inferiore al Coventry, ma la magia del calcio voleva scrivere un altra poesia. E la magia fa miracoli.




7 gennaio 1989 Borough Sports Ground
Sutton Utd:
Roffey, Jones, Rains, Golley, Vernon, Rogers, Sthepens, Dawson, Dennis, Mc Kinnon, Hanlan
Coventry City:
Ogrizovic, Borrows, Phillips, Sedgley, Kilcline, Peake, Bennett, Speedie, Regis, Mc Grath, Smith.
Referee: Alf Buksh
Att. 8000. goal: 42° Rains, 52° Phillips, 59° Hanlan.





di Sir Simon

Kirkcaldy. Lampi di gloria


La chiave di ferro è enorme e pesantissima. Ma a che serve chiudere la porta, a che serve nascondersi? Lui, se vuole, verrà. Ora, che le grandi vetrate a sesto acuto incorniciano la notte, ora che sospiri di vento entrano accompagnati dal buio, ora che tendendo l'orecchio si avverte uno scricchiolio di legno calpestato e l'eco lontano di una campana. E' quella della torre normanna dell'Old Parish Church. Un rintocco, bronzeo e lugubre. E' mezzanotte in punto.
La pioggia è cessata, ma pesanti nubi preannunciano altri piovaschi, mentre le raffiche che soffiano dal mare del Nord avvolgono la cittadina in una morsa invernale. In altre parole, è la tipica giornata che avrebbe scoraggiato chiunque, anche gli espositori dell' Links Market, la fiera che si svolge qui annualmente dal 1305, sulla strada più lunga d'Europa. Lui è il fantasma di Adam Smith, filosofo e padre dell'economia moderna nato nel 1723 e morto a Edimburgo nel 1790. Gli spiriti tornano sempre nei luoghi dell'infanzia. La città è Kirkcaldy, il più grande centro della contea del Fife conosciuta anche come The Toun Lang (Town Long) in Scozzese. Il nome deriva dal originale evoluzione urbanistica della cittadina in una sottile striscia di case parallele al litorale.
Daniel Defoe l'autore del celebre romanzo Robinson Crusoe la definì come “One street, Onte mile long”cioè una strada lunga un miglio. Disposta esattamente sul fianco di un braccio di mare che si insinua nel cuore della Scozia fino a stringersi e stemperare la sua forza in una sinuosa vena in prossimità di Stirling. Da allora Kirkcaldy si è sviluppata ulteriormente su e giù per la costa, ma anche ampiamente entroterra, per cui il termine "Toun Lang" ora è solo un riferimento alla sua iniziale particolare forma...
Ma questo singolare aspetto allungato dell’insediamento, giustificato dal fatto che, anticamente, non si trattava di un unico centro, bensì di una serie di città e villaggi allineati lungo le coste del Forth, poi riunitisi appunto nell’attuale Kirkcaldy, fu merito di una donazione da parte dei monaci dell’abbazia di Dunfermline nel 1365. Per far nascere un borgo unico, a patto che tra i centri si stabilisse un patto di mutuo soccorso per proteggersi a vicenda dai predoni, che spesso scendevano dalle terre del nord e attaccavano la zona. Successivamente, nel 1661, Carlo II nè confermò il rango di borgo reale. Da quel momento in poi l’agglomerato crebbe intorno al porto, accanto alla bocca dell’East Burn, espandendosi velocemente nel corso del XIX secolo e progredendo rapidamente nello sviluppo dell’industria tessile, del linoleum e del carbone. Nel 1980 il centro storico cittadino venne designato come preziosa testimonianza, da conservare per la sua bellezza e il suo valore. Il maestoso Castello Ravenscraig, edificato nel XV secolo da Giacomo II sulle alture di Kirkcaldy, fu una delle prime roccaforti in grado di fornire una discreta protezione dal fuoco dei cannoni. Che dite potrebbe fare al caso nostro? In che senso direte voi?
Beh, perché a Kirkcaldy abbiamo una squadra di calcio fondata nel 1883 che gioca con una meravigliosa maglia navyblue, e sul petto porta un fiero leone rampante rosso, coraggioso e nobile. Il Roary Rover. Simbolo del Raith Rovers FC.
Nell'antico gaelico scozzese la parola “Rath”significava forte o comunque residenza fortificata, ecco perché forse a Kirkcaldy hanno scelto questo appellativo alla loro squadra, rifacendosi alla possenza della rocca di Ravenscraig. Anche se le nebbie della storia non si sono del tutto dissolte e tutt'oggi ci sono ancora piccole controversie sull'etimologia del nome del club. Un episodio curioso è datato 1967 quando un commentatore della BBC David Coleman dopo che i Rovers avevano battuto allo Stark's Park il Queen of the South per 7-2, esclamò convinto: “Ci sarà un mucchio di gente in giro a festeggiare per le vie di Raith”. Una delle gaffe televisive peggiori della storia. Quelle vie, quelle di Kirkcaldy ovviamente, di festeggiamenti in ambito calcistico non ne hanno visti molti, ma ci furono degli anni, esattamente fra il 1993 e il 1995 dove i Rovers si conquistarono pagine importanti sui principali giornali sportivi, e sopratutto si portarono nel proprio museo il trofeo più importante mai vinto nella storia di questo sodalizio: La coppa di Lega del 1994. Nella stagione 1992/93 le ambizioni del club apparivano piuttosto modeste ma l'arrivo nel 1990 a Stark's park del player manager Jimmy Nicholl infuse lentamente la chimica giusta a una squadra che a sorpresa nel 1993 vinse la First Division scozzese, fra l'altro eguagliando il record del massimo vantaggio sulla diretta inseguitrice (11 punti), restando imbattuti in casa e mettendo a segno 85 goal totali, 33 dei quali siglati da Gordon Dalziel, eletto non solo capocannoniere ma anche giocatore dell'anno. Terzo in classica in ambito di reti messe a segno in quel torneo un altro rovers, Craig Brewster, che poi in virtù di quelle prestazioni si accasò al Dundee United. Nessuna sirena invece per Jimmy Nicholl che invece rinnovò il contratto con il team di Kirkcaldy per altri due anni. Forse aveva annusato di già il profumo della gloria, più intenso e dolce di quello spesso acre e prepotente del denaro. Micheal James “Jimmy Nicholl” nasce nel 1956 in Canada nella regione dell'Ontario e le sue origini di genitori Nord irlandesi lo porteranno in carriera anche a vestire per 73 volte la maglia verde della nazionale di Belfast. Nicholl è un “rosso” difensore che morde bomber e talenti e che fra giovanili e prima squadra resterà oltre dieci anni alla corte del Manchester United con cui vincerà un FA Cup nel 1977 e ne perderà una nella famosa finale del 1979 contro l'Arsenal. Ma il fiore all'occhiello resterà la già citata coppa di lega del 1994 vinta alla guida del piccolo Raith Rovers. Si vince con la tenacia, con la bravura, con gli uomini giusti e con un pizzico di fortuna. Quel Rovers era una miscela di tutte queste cose. E senza far torto a nessuno qualche nome è giusto citarlo. Come per esempio Shaun Dennis, difensore nativo proprio di Kirkcaldy, 245 presenze e 6 centri, uno spietato esecutore d'ordini, compassato e istrionico. Colin Cameron detto “Mickey” anche lui nato e cresciuto sotto le ombre discordi delle tribune dello Stark's, centrocampista operaio, chiavi, cacciaviti e sudore. In ogni club in cui ha giocato il suo impegno alla causa non è mai venuto meno. Lascierà i Rovers nel 1996 con 32 reti messe a segno. Jason Dair sguardo da bravo ragazzo diplomato in geometria del centrocampo e dotato di un discreto palleggio. Stephen “Stevie Crawford classe 1974, all'epoca poco più che ventenne, la primavera che sboccia e che regalerà 22 fiori al giardino del Raith. E poi come non ricordare Gordon Dalziel, 170 goal in otto anni. In campo sembra un attore che interpreta una parte in una tragedia, fra lo spaccone e l'ingenuo. Recita si, ma più che altro sotto rete, è l'area di rigore e il suo palcoscenico preferito. Il cammino verso la finale di Ibrox, in quanto lo stadio nazionale di Hampden era in ristrutturazione, vede i successi contro il Ross County in trasferta per ben 5-0, l'affermazione casalinga sul Kilmarnock per 3-2, la vittoria fuori casa sul St. Johnstone per 3-1, e infine furono i tiri dal dischetto (5-4) nella semifinale giocata al Mc Diarmid park contro l'Airdrie United a spedire il Raith Rovers a Glasgow. Per la cronaca i tempi regolamentari si erano chiusi sull'1-1.
Da Kirkcaldy la mattina del 24 novembre 1994, partiranno in 10000 alla volta di Ibrox, carichi più di birre e d'allegria che di speranze concrete. Dovranno vedersela con il Celtic di Nicholas e Mc Stay, con il Celtic dell'icona Tommy Burns in panchina. Dovranno vedersela con l'anima cattolica e irlandese di Glasgow che vincendo la coppa nel tempio degli storici rivali si toglierebbero una doppia soddisfazione. Ma il Celtic non vinse, ci andò molto vicino, ma una volta tanto gli dei del calcio si fecero beffe dei suoi semidei terreni. Il giovane talento Crawford al 19° del primo tempo porta in vantaggio il Raith Rovers, poi però al 32° una carambola da flipper nell'area di rigore degli uomini di Nicholl consente alla testa di Walker di pareggiare per i biancoverdi e attutire la crescente esuberanza dei Rovers. Nella ripresa le gerarchie sembrano ripristinarsi definitivamente a sei minuti dal termine quando Charlie Nicholas, funanbolo talentuoso tornato a Parkhead dopo sopratutto la grande esperienza londinese all'Arsenal, segna ribadendo in rete una palla precedentemente finita sul palo. E' finita? No. Perché lui non vuole. Lui è il già citato Dalziel. Due minuti dopo il goal di Nicholas, in un Ibrox Park quasi totalmente occupato da tifosi del Celtic già festanti, gira le luci della gloria. Il suo colpo di testa ravvicinato che sfrutta la corta respinta di Marshall è quasi una sorta di inchino alla fortuna. Siamo 2-2, ma i tempi supplementari saranno un inutile prolungamento in vista delle emozioni dei calci di rigore. E l'emozione più grande è quando il tiro di Paul Mc Stay viene respinto da Scott Thomson che poi corre quasi incredulo verso la sua panchina voltandosi a destra e sinistra, come per capire se fosse tutto vero. Era vero, quella fu la parata decisiva, il Raith Rovers aveva vinto la coppa di lega. Ma per la cittadina del Fife le emozioni non erano finite. L'anno successivo in una storica apparizione in coppa UEFA, i Rovers superarono anche i primi due turni per poi pescare nell'urna di Ginevra i tedeschi del Bayern Monaco. La partita di andata si giocò per motivi di incasso e sicurezza all' Easter Road di Edimburgo e vide il successo dei rossi di Germania per 2-0. Ma nella gara di ritorno giocata all'Olympiastadion, Danny Lennon portò clamorosamente in vantaggio gli uomini in maglia blu. Nel secondo tempo Klinsmann e Babbel rovesciarono il risultato, ma quella sera a Monaco e a Kirkcaldy si cantò lo stesso:

Take my hand,
Take my whole life too.
For I can't help,
Falling in love with you.


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di Sir Simon

lunedì 30 aprile 2012

Il giorno che Belfast rise. 25 giugno 1982


Il vento tira forte. Ostinato. Spazza strade larghe. Piega la testa della gente. Pochi sguardi, assenza apparente di calore umano. Belfast è una città che ti afferra la gola all'improvviso, che stritola, con una presa invisibile fatta di pelle biancastra, facce paonazze, sguardi torvi e odori rancidi di fritto mattutino. Salcicce, sanguinacci, uova e tè bollente lasciato troppo in infusione. In centro e nei quartieri più poveri tutto racconta gesti, desideri, sofferenze e ricordi fra imponenti edifici vittoriani e modeste case popolari in mattoni rossi.

Dopo la brillante partecipazione a i mondiali di Svezia del 1958, la coppa del mondo di Spagna 1982 è la seconda partecipazione alla fase finale per la nazionale dell' l'Irlanda del Nord. Il sorteggio dei gruppi non è quello dei più fortunati. I verdi pescano i padroni di casa spagnoli e la Jugoslavia di Miljan Miljanic, una delle compagini più attese della manifestazione, e infine l'Honduras come solo “teorica” comparsa. L'esordio avviene il 17 giugno allo stadio La Romareda di Saragozza, il giorno dopo la pessima figura delle furie rosse che non andranno oltre il pareggio proprio contro l'Honduras. Jennings, Jimmy e Chris Nicholl, Donaghty, Martin O'Neill, Sammy McIlroy: la squadra è piena di giocatori di ottimo livello. I presupposti per non sfigurare ci sono tutti.

Falls Road. Impossibile non andarci. Impossibile non avere paura. L'emozione ti si appiccica addosso, si riesce a sentirla, ti tocca il cuore. Grandi murales colorati che inneggiano alla libertà irlandese, calligrafie sgangherate su muri crepati e sbiaditi. Ci si domanda perché si debba morire per simili motivi. Ci si chiede se mai è possibile tanto rancore. Ci sono chiese bruciate, bambini con la faccia da bullo che metterebbero in riga intere nostre scolaresche di quell'età. Giocano in mezzo alla strada. Ti guardano male. Le scuole hanno il filo spinato ma tutto sembra normale. Un muro. Lugubre, lunghissimo. Come a Derry. Peggio, come in Cisgiordania, come nella striscia di Gaza. “Peace line”. E tutto intorno case violentate. Buchi di proiettili, e scritte oscene contro gli irlandesi. E ti vengono i brividi.

Ma a far parlare i giornalisti è soprattutto l'impiego dal primo minuto di Norman Whiteside. Diciassette anni, volto sassone, e palleggio virile con alle spalle solo qualche scampolo di partita nella prima divisione inglese, sia pure nel Manchester United di Big Ron Atkinson. Interventi duri, mai sporchi. Scorribande alla Francis Drake.
Su di lui, che con 17 anni e 41 giorni riuscirà a battere il record di precocità in un mondiale di Pelè, il tecnico Billy Bingham sa di giocarsi buona parte della sua credibilità: il ragazzo scoperto dal talent scout dei red devils Bob Bishop (a cui pare si debba anche la scoperta di George Best) si presenta come attaccante, ma Bingham ha intuito la sua ecleticcità tattica e confida che sarà una delle sorprese del torneo. Contro la Jugoslavia va subito dentro. Classe, e grinta da vendere. Finirà zero a zero con scarse emozioni. Ci sarà solo un sussulto per un sospetto fallo da rigore proprio sul ragazzino nativo di Belfast.

Shankill Road. Strade lucide e laceri manifesti arancioni. Lealisti, Orangisti. Anche qui murales inneggianti ai propri ideali, al proprio credo. Dogmatici e fanatici. “Evviva mio figlio è morto in guerra”. Anche qui bambini. Sassi in tasca e occhi guizzanti. Mazzi di fiori davanti a marciapiedi e portoni, negli angoli. Giardini tristi e improvvisati. Fiori freschi, dai colori vivaci, oppure ormai avvizziti e spenti. E quando i petali sono secchi spesso ci si è gia scordato di chi è morto in quel punto.

Il 21 giugno, sempre a Saragozza, la grande occasione sprecata con l'Honduras: dopo il vantaggio rocambolesco di Armstrong, in seguito ad una calmorosa doppia traversa di McIlroy e Chris Nicholl, il migliore in campo diventa addirittura Jennings che riesce a parare tutto tranne un colpo di testa di Laing: 1-1 e tutto rimandato all' ultimo match del girone, che arriva dopo il 2-1 sofferto della Spagna alla Jugoslavia e l'1-0 risicato dagli slavi all'Honduras, con l'ennesimo rigore dubbio di questa competizione.
Stadio Luis Casanova di Valencia, 25 giugno, Spagna-Irlanda del Nord con i padroni di casa e la Jugoslavia a tre punti, la squadra nord irlandese e il già eliminato Honduras a due. Per passare il turno l'Irlanda del Nord ha una sola possibilità: vincere. Nonostante l' immancabile accostamento del tipo "birra e fidanzate", che non si nega a nessuna squadra britannica, l'ambiente è in realtà fin troppo carico, tanto che Bingham ha dovuto interrompere gli allenamenti di due giorni prima per rissa durante la partitella di rifinitura. Il manager è irato con i suoi per l'ultima partita, litiga con O'Neill che non ha gradito la sostituzione con gli Honduregni, e nella conferenza stampa della vigilia va giù ancora più duro: "Avevamo pescato la carta giusta ma l'abbiamo buttata via: adesso al novanta per cento siamo fuori". Evita però punizioni per qualche scorribanda notturna e tavoli da poker clandestini: sa quanto sia difficile andare a un Mondiale e controproducente fare il sergente di ferro con giocatori sì professionisti ma probabilmente non del tutto adatti a regimi continentali..
Nell'ambiente spagnolo la tensione è comunque ancora più alta, per una coppa del mondo nata male, con lo sciopero dei giocatori indetto da Zamora, e proseguito peggio, con svariate correnti di pensiero politiche e mediatiche a disturbare il lavoro del Ct Santamaria. Da bravo ex difensore, l'uruguaiano naturalizzato spagnolo blocca tutti. Con parole dure, ma anche con grande ottimismo, tanto che assicura a stampa e dirigenti che la vittoria del girone è cosa fatta. L'albergo a Navajerreta, vicino a Madrid sede dell'eventuale turno successivo è già prenotato. Zamora è al centro di un ennesimo caso, una misteriosa tendinite che in realtà sembra una sorta di vendetta per l'impiego tattico non gradito: Santamaria è stufo e medita di schierare il madridista Ricardo Gallego, o addirittura Saura, che in quel momento sembra l'uomo della “suerte” .

Belfast dicono che sia emersa dalle acque come per miracolo. Un Atlantide che affiora dal mare. Mezzo milione di anime considerando anche la periferia di Greter Belfast. Due cattedrali, un porto e tante strade. Un luogo in cui si è disposti a morire per pochi brandelli di stoffa colorata. Questo sanno i suoi cittadini divisi da secoli di differenze religiose e civili. Un assurdità, una realtà da rompicapo che ribolle avvelenando il sangue.

Finalmente si gioca. L'Irlanda del Nord decide di non caricare a testa bassa con il suo 4-3-3 flessibile. Gli spagnoli conoscono i tori e generalmente tendono a “matarli”. Infatti aspetta la Spagna che nonostante i tanti attaccanti resta timorosa e impacciata e non si scopre. Poi l'Irlanda del Nord inizia a costruire gioco, una tela di ragno pronta a colpire. La Spagna pare non aspetti altro e gliela spezza, rabbiosa, con tutta una serie di falli interpretati ovviamente molto generosamente dal signor Ortiz. I padroni di casa ripartono bene, ma senza creare niente di concreto. Su un corner, al 40', il piedino di Lopez Ufarte trova la testa di Alexanco. Palla che sfiora il montante, con Jennings che ringrazia. Nella seconda parte di gioco arriva l'inaspettata svolta. Armstrong parte prepotente dalla sua metà campo, e arrivato sulla tre quarti appoggia sul settore di destra per Hamilton e si getta a cercare gloria in mezzo all'area come uno Spitfire sui cieli scuri di Londra del 1940. Hamilton resiste stoicamente a Gordillo, lo supera in velocità, e senza nemmeno alzare la testa mette in mezzo un pallone velenoso. Qui Arconada inventa un numero che lo marchierà a fuoco in negativo per tutta la carriera successiva, smanacciando il pallone in mezzo all'area senza essere pressato da nessun avversario. Armstrong arriva e con un missile che brucia l'erba spagnola si guadagna una pagina di storia.
A questo punto entrambe le squadre in campo sarebbero qualificate e ce ne sarebbe abbastanza per un finale indolore. Ma la Spagna non ci sta. L'orgoglio vince la matematica. Vuole il primo posto, per evitare la Germania, e si butta all'assalto: Jennings salva su Lopez Ufarte, poi fa un'altra prodezza sulla punta del Real.In ogni zona del campo è una battaglia. Fra Donaghty e Juanito è duello all'OK Corral: a finire negli spogliatoi è però solamente il difensore del Luton Town, oltretutto per un fallo non sul provocatore ma su Camacho. Il non più giovane Quini, subentrato per Satrustegui, sgomita e si batte in area, ma nei mischioni i nordirlandesi sanno come cavarsela. A sette minuti dalla fine Gallego, entrato per Lopez Ufarte, crossa senza troppe pretese, ma Jennings si esibisce in un'uscita degna del suo collega spagnolo: tutto il Casanova grida al gol, ma Quini non riesce ad arrivare al colpo vincente davvero per un nulla. Il portiere dell'Arsenal si rifarà su un tiro di Gordillo salvando definitivamente la propria porta. E' finita.
Entrambe le squadre si guadagnano il girone di qualificazione per le semifinali. Entrambe saranno eliminate nei due stadi di Madrid da Germania e Francia, ma per l'Irlanda del Nord fù e resterà un risultato storico.

Quando cala la sera e dal mare si alza una brezza leggera a Belfast parla il vento. Dice che l'odio è come Dio. Non è dato vederlo ma se credete in lui, se combattete in suo nome egli riscalderà le vostre notti. Noi non capiamo, ma intanto su Belfast sta per sorgere un altra alba.

25.06.82. Valencia, Estadio Luis Casanova
Irlanda del Nord-Spagna 1-0
Reti: 1-0 Armstrong 48°
Irlanda del Nord: Jennings, J. Nicholl, C. Nicholl,McClelland, Donaghy, McIlroy (50° Cassidy), M. O'Neill (c), McCreery, Armstrong, Hamilton, Whiteside (72° Nelson)
Spagna: Arconada (c), Camacho, Tendillo, Alexanco, Gordillo, Sanchez, Alonso, Saura, Juanito, Satrustegui (48° Quini), Lopez Ufarte (78° Gallego)
Arbitro: Ortiz (Paraguay)






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by SIR. SIMON