lunedì 27 agosto 2012

York, Sheffield, Preston 2012... Passioni ed Emozioni!


Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere il “report” del mio viaggio a York, Sheffield e Preston perché è ancora forte la malinconia pensando ai quei meravigliosi giorni passati in una città favolosa, York, e in altre due città che mi sono piaciute, ma per le quali i ricordi migliori sono legati alla visita dello stadio Hillsborough, naturalmente a Sheffield, ed alla partita del Preston North End giocata a Deepdale, a Preston.
Ho vissuto forti emozioni soprattutto durante la partita del PNE, ma vi dico subito che mi sono anche letteralmente ed irrimediabilmente innamorato della città di York, una città dal sapore medioevale, piena di storia e di fascino irresistibile, grazie alle sue mura, alle sue vie piene di negozi e di colori.
Cercherò di non dilungarmi troppo e di non essere troppo malinconico, ma vi assicuro che questa è stata la vacanza che ricordo con maggiore piacere e che resterà per sempre nel mio cuore.

Inizio quindi subito con la “cronaca” di questi favolosi sei giorni passati nella mia cara ed amata Inghilterra, tra lo Yorkshire e il Lancashire, nelle città, come già detto di York, Sheffield e Preston.

Io e mia moglie Silvia siamo partiti da Bergamo mercoledi 15 agosto ed in aereo siamo arrivato a Manchester da dove avremmo poi dovuto prendere il treno per York.
Durante l’attesa del treno in stazione abbiamo conosciuto una coppia di genitori italiani che stavano aspettando il treno per Durham, dove abita loro figlio che si è trasferito in Inghilterra per motivi di studio.
Il figlio di questa coppia, come mi ha raccontato il padre, è diventato un grande tifoso del Newcastle trascinando in questa passione il papà stesso e infatti il sabato successivo sarebbe andati al St.James Park per il match tra Newcastle e Tottenham.
Parlo al padre del ragazzo della mia immensa passione per il football britannico, gli racconto che anche io sabato sarei andato a vedere una partita a Preston e gli parlo anche di Rule Britannia invitando lui e il figlio ad iscriversi al forum.
Arriva il nostro treno e ci salutiamo; il viaggio è piacevole e confortante, sono contento, ci stiamo avvicinando a York e per farlo attraversiamo bellissimi paesaggi, li osservo attentamente e con entusiasmo dal finestrino mentre ascolto ottima musica, dagli Enemy agli Arctic Monkeys, l’ideale per entrare nel clima perfetto.
Quando passiamo da Huddersfield vedo il Galpharm Stadium, nuova casa dell’Huddersfield Town, e quando arriviamo alla stazione di Leeds vedo in lontananza Elland Road… quanta storia, quanto football!
Dopo un paio d’ore arriviamo a York, il clima è il mio ideale… un bel fresco e una pioggerellina  mai fastidiosa! Attendiamo in fila ordinata un taxi tra quelli che arrivano in rapida successione per soddisfare le esigenze di ognuno.
Il nostro taxista è un tipo poco dall’aspetto simpatico, ma poco raccomandabile e per questo mi piace subito!! Barba, capelli lunghi e disordinati e soprattutto un certo rossore in faccia… si direbbe un simpatizzante di buona birra e sidro inglese!
In taxi parlo con lui di York, lui mi spiega di essere originario di Belfast… non so come, ma il discorso si sposta sul football… gli spiego che conosco le squadre di Belfast, lui è tifoso dei Crusaders, si meraviglia e si entusiasma quando capisce che conosco i Crusaders così come altre squadre nordirlandesi… gli racconto della mia passione per il football inglese, gli dico che sabato andrò a Preston e lui mi dice che invece andrà a vedere lo York City Fc al Bootham Crescent… già Bootham Crescent, proprio la nostra destinazione e siamo arrivati. La Guest House nella quale soggiorneremo, infatti, si trova proprio a Bootham a pochi passi dallo stadio dei Minstermen.
Arriviamo, salutiamo il simpatico taxista ed andiamo alla Guest House dove ci accolgono Peter e sua moglie che in questo periodo sostituiscono i proprietari, Julian e sua moglie, attualmente in vacanza in Spagna.





La camera è piccola, ma accogliente e dopo un breve riposo ci tuffiamo in città per una prima veloce visita e per cenare. Capiamo subito di essere in una città meravigliosa!
Subito oltrepassiamo le mura ed un arco dopo il quale si apre una fantastica via piena di locali e negozi .. una via che più tardi capiremo essere una delle tante bellissime viette che caratterizzano il centro città di York.



Ceniamo nel pub The Punch Bowl, tipico ambiente inglese dove bevo la prima gustosissima birra della vacanza e dove mangio il primo squisito Fish & Chips!
La serata è stata piacevole e non vediamo l’ora di gustarci la città il giorno successivo!



La mattina del giovedi, dopo una sana e gustosa English Breakfast, facciamo due passi verso… Bootham Crescent, vediamo i giocatori dello York recarsi a piedi allo stadio per gli allenamenti, bellissimo!! Vediamo subito il cartello “Welcome to Bootham Crescent” che tante volte avevo visto in foto.
Dopo qualche foto entriamo, lo shop è purtroppo chiuso, vado in un ufficio e chiedo ad una signora di poter visitare lo stadio internamente, ma con grande delusione mi viene detto che in questo momento non è possibile dato che la squadra si sta allenando.
Sono un po’ deluso, ma ritenterò!







Andiamo a piedi in centro York, attraversiamo le bellissime vie, da Coppergate, a Coney Street, da Stonegate al mercato di Newgate, e soprattutto nella fantastica via chiamata The Shambles ricca di negozi davvero particolari dove si può trovare di tutto.
I negozi ed i locali sono tantissimi e tutti stupendi, la città è fantastica, davanti al mercato di Newgate ci fermiamo ad ascoltare un gruppo musicale di ragazzi che si esibisce suonando delle bellissime melodie.
Pranziamo nel pub “The Golden Lion” e nel pomeriggio continuiamo a percorrere le vie ed a fare i primi acquisti… un paio di scarpe ed un giubbetto impermeabile Adidas, un paio di CD e naturalmente alcune riviste sul calcio inglese.









Andiamo poi nella zona del Castello dove vediamo la famosa Clifford Tower e poi ci dirigiamo verso la imperiosa Cattedrale.
La giornata trascorre piacevolmente, ma purtroppo anche velocemente ed arriva la sera.




Il giorno dopo ci svegliamo presto, dobbiamo prendere il treno delle 9.30 che ci porterà a Sheffield. A colazione conosciamo Rory, un ragazzo simpaticissimo che aiuta nella conduzione della Guest House in assenza di Julian, con il quale parlo di calcio; lui è tifoso del Manchester United e diventa “matto” quando gli dico che sto andando a Sheffield dove visiterò Hillsborough e che sabato andrò a vedere il PNE.
Si meraviglia del fatto che un italiano possa essere cosi appassionato al calcio inglese e che possa tifare per una squadra storica, ma al giorno d’oggi poco conosciuta come il Preston North End.
Continua a ripetere “brilliant, brilliant”, è entusiasta e mi fa molte domande, poi mia moglie gli chiede le previsioni del tempo per la giornata a Sheffield e lui dice che purtroppo è prevista pioggia….. ed io gli risposndo… Hillsborough senza pioggia non sarebbe Hillsborough!
Prendiamo il treno e già anche a York sta piovendo, abbiamo un ombrellino e per fortuna ho portato il giacchettino impermeabile comprato il giorno prima..
In treno, non è nemmeno un’ora di viaggio, il tempo passa veloce tra qualche biscottino Walker’s e la solita musica che accompagna i miei viaggi, musica che mi aiuta a ricordare le emozioni già vissute e ad immaginare quelle ancora che sono certo vivrò nei prossimi giorni.
Arriviamo a Sheffield, ha smesso di piovere, e dopo esserci orientati ci dirigiamo verso il centro, è presto non c’è molta gente e nella piazza principale ci sono dei lavori perché si sta allestendo un palco ed uno schermo gigante perché in serata ci sarà una festa per  la campionessa olimpica, oro a Londra, nativa di Sheffield, Jessica Ennis.







Andiamo alla ricerca di alcune vie in cui ci eravamo segnati dei negozi che ci interessano, le troviamo con qualche difficoltà perché non sono tutti nella piazza, ma in strade secondarie che non sono semplici da trovare. Comunque alla fine trovo il negozio "Ark” che vende alcune marche di abbigliamento che conosco bene e che mi piacciono parecchio… ed infatti trovo e compro una polo ed un giubbetto Harrington della Merc  che sono in super offerta!!
Contento dell’affare appena fatto giriamo la città con più entusiasmo e poi ci fermiamo a mangiare in uno Starbucks che si trova in una bella piazzetta piena di negozi.
Dopo la classica cioccolata calda (oggi a Sheffield fa un bel freschino) andiamo in qualche negozio e soprattutto nella libreria Waterstone’s dove vedo alcuni libri che già conoscevo, ma che ora avevo la possibilità di sfogliare per essere sicuro che valesse la pena di acquistarli.
Mi decido a comprare un libro illustrato sullo Sheffield Wednesday ed un libro che da tempo avevo nel “basket” di Amazon uk , “Football Postacards”, una bella raccolta di vecchie immagini riguardanti il vecchio british football.





Arrivano le 14 circa e la voglia di Hillsborough comincia a salire… andiamo nei pressi della Cattedrale dove c’è una fermata per prendere il tram, a Sheffield è più comodo utilizzare appunto il tram piuttosto che i bus o i taxi. Cerchiamo di capire quale tram dobbiamo prendere e una volta certi saliamo, facciamo i biglietti e ci accertiamo di quale sia la fermata migliore per andare allo Stadio.
Arriviamo e… inizia a piovere a dirotto… arriviamo ad Hillsborough, un po’ me lo aspettavo diverso, vediamo una facciata dello stadio, poi per vedere il resto proseguiamo in strada ed arriviamo allo shop.





Tra la forte pioggia e dei lavori in corso è un’impresa e arrivare allo shop è un sollievo… il negozio è molto grande e c’è di tutto, davvero molto bello!
Compro la nuova maglia, una spilla ed una sciarpa, ma l’obiettivo vero è quello di vedere lo stadio dall’interno… non vedo l’ora.. chiedo ad un addetto se è possibile scattare qualche foto all’interno, ma lui mi risponde di no… ci rimango anche un po’ male perché mi dice che le foto dello stadio le posso trovare anche su internet… io gli rispondo.. sì, lo so, ma non è la stessa cosa…
Vabbè… non mi arrendo, dal piazzale davanti allo shop si vede un altro spicchio di stadio e sbirciando da un angolino attraverso una cancellata intravedo una piccola parte degli spalti e soprattutto il famosissimo orologio con la scritta Sheffield Wednesday Hillsborough.
Già questo mi riempie di felicità. Scatto foto in continuazione sotto la pioggia battente, ma ancora non mi basta… c’è un cancello aperto, entro, nonostante il divieto… e vedo un paio di persone in un piccolo ufficio e chiedo di poter entrare per vedere lo stadio… NO… peccato.. ci tenevo molto, ma forse qui senza un tour organizzato non è possibile vedere lo stadio… sono deluso.. ci ero riuscito in altri stadi come al Cardiff City Stadium, al Tynecastle, al Kingsmeadow, ed invece qui a Hillsborough niente da fare…
Però vado alla ricerca di altri “spicchi” di stadio… ci incamminiamo di nuovo sotto la pioggia ancora forte, l’ombrello causa vento e pioggia è ormai quasi distrutto… arriviamo in un altro piazzale dove c’è un parcheggio, ma da qui non si vede niente… si fa tardi e piove ancora… ho già chiesto troppo a Silvia, così desisto e ci incamminiamo per riprendere il tram che ci riporterà in centro.







Sono contento di aver finalmente visto Hillsborough, un sogno che si è avverato, uno stadio davvero bello e storico anche se verrà sempre ricordato per la triste famosa tragedia che vide 96 tifosi del Liverpool perdere la vita nel 1989.
Sono soddisfatto e felice, ma anche un po’ deluso per non aver potuto vedere lo stadio internamente, i suoi spalti, il suo campo… non ho potuto immaginarmelo pieno di tifosi colorati di bianco e blu… peccato, ma comunque questa giornata resterà piacevolmente nei miei ricordi anche per la “piccola” avventura… tram, diluvio, stadio, shop nel quale ho fatto ottimi acquisti…
Torniamo in centro e giriamo ancora per la città, facciamo una sosta da Starbucks e visitiamo la Millennium Gallery, niente di speciale per i miei gusti…
Dentro di me vorrei andare a cercare gli stadi di Sheffield FC e Hallam (faccio a meno del Bramall Lane), ma sarebbe davvero troppo chiedere a mia moglie uno sforzo del genere… torniamo nella piazza principale ora stracolma di persone che sventolano bandiere britanniche in attesa dell’arrivo della Ennis.



Torniamo in stazione e prendiamo il treno per York dove, nonostante la stanchezza, andiamo direttamente al pub The Hole in the Wall a gustarci una bistecca con dell’ottima Guinnes in un ambiente davvero fantastico.
Torniamo alla Guest House stanchissimi, domani ci aspetta un’altra bellissima, ma impegnativa giornata a Preston!!

La mattina seguente mi sveglio … è finalmente sabato ed in Inghilterra sabato significa football e per me football significa Preston North End!!!
Indosso la maglia ufficiale e un giubbettino del PNE comprati on line, la testa è già a Deepdale!!
Io e Silvia andiamo in stazione, la giornata è bellissima, non piove e non fa nemmeno freddo.. con noi abbiamo portato una targa che a nome del Fans Club abbiamo fatto preparare per premiare il nostro miglior giocatore giovane della scorsa stagione; premierò William Hayhurst, ma sono un po’ preoccupato e temo che allo stadio non se ne farà nulla… infatti avevo parlato di questa idea dei G.B.S. (il Fans Club Ufficiale Italiano del PNE) con Gary, membro dello Staff del PNE,  che mi aveva dato la sua conferma chiedendomi però di contattarlo qualche giorno prima del match per organizzare la premiazione.
Prima di partire gli ho inviato un paio di mail e l’ho contattato tramite Facebook senza però ottenere alcuna risposta… ero abbastanza deluso ed ero convinto che non sarei riuscito a consegnare il premio, nonostante fosse una cosa alla quale ci tenevo moltissimo… sarebbe stato un gesto innanzitutto per premiare un giovane giocatore, ma anche per far capire al PNE che i G.B.S. sono un Club serio e che vuol far sentire la propria vicinanza alla squadra.
Comunque adesso volevo solo godermi la giornata ed una volta arrivato a Deepdale avrei deciso cosa fare; il treno è pieno di gente che, immagino, va a Blackpool al mare… io sono contento e orgoglioso di mostrare la mia maglietta e di far sapere a tutti che sto andando a Preston! A Preston a vedere il North End!!


Dopo un paio di ore arriviamo alla stazione di Preston, le emozioni sono già forti… il solo fatto di tornare lì, dove un anno fa vissi dei fantastici momenti, è già motivo di felicità, ricordo quei momenti e spero di poterli rivivere ancora più intensamente.. se possibile!
Ci incamminiamo verso il vicino centro e, visto che mancano più di tre ore al match, decidiamo di goderci prima un po’ la città, passeggiando per la via principale piena di negozi e di persone che la affollano. Entriamo in un paio di negozi e poi, attratti da una musica, scopriamo che c’è una rassegna folkloristica con alcuni gruppi che danzano e riempiono di colore la piazza.
Ci soffermiamo per una decina di minuti ad assistere a questa simpatica manifestazione per viverne l’atmosfera e per partecipare a questo momento di festa nella città di Preston.



Successivamente prendiamo un taxi per Deepdale.. nel tragitto ripercorro mentalmente quello stesso tragitto che avevo percorso un anno fa… penso e mi vengono i brividi.. poi arriviamo, le sensazioni sono subito forti, forse diverse da quelle vissute lo scorso anno… per me un anno fa era la prima volta a Deepdale, stavolta invece mi sentivo già preparato… preparato a quello stupendo spettacolo!!
La vista di Deepdale è meravigliosa ed in più, rispetto ad un anno fa, su una facciata dello stadio c’è la bellissima gigantografia del volto del leggendario Sir Tom Finney, ideata in occasione dei festeggiamenti per il suo 90° compleanno.



Vorrei andare subito alla reception per chiedere informazioni sulla premiazioni, ma non resisto, voglio prima tornare a vedere ed ammirare di nuovo la statua di Sir Tom! La statua, denominata The Splash, raffigura, prendendo spunto da una famosa foto, Sir Tom che calcia un pallone in mezzo al campo bagnato con l’acqua che schizza… beh, lo scorso agosto l’acqua non c’era…. Questa volta invece per fortuna c’è e lo spettacolo è molto migliore e le foto sono certamente più belle!
Ammiro e riguardo in continuazione lo stadio, le mattonelle della Sir Tom Finney Walk of Fame poste proprio dietro alla statua, e i tifosi che cominciano ad accorrere.
Vado a ritirare i tickets.. finalmente li abbiamo in mano, finalmente si avvicina il momento tanto desiderato del pre-match, voglio respirarne l’atmosfera e vivere con entusiasmo ogni singolo minuto.










Andiamo alla reception dove veniamo accolti dalla stessa gentile signora con cui parlammo anche lo scorso anno; le chiedo di parlare con Gary, ma mi risponde che Gary oggi non è al lavoro perché è stato da pochi giorni operato. Sono dispiaciuto per Gary che conosco personalmente dato che lo scorso anno ci accolse splendidamente permettendoci anche di fare un tour dello stadio, ma nello stesso tempo sono sollevato perché capisco che Gary non aveva risposto ai miei messaggi perché si trovava in ospedale.
Spiego quindi alla signora dell’iniziativa del Fans Club di premiare Hayhurst e le mostro la targa; la signora è sorpresa e ci conduce in un altro ufficio dove spiega ad un ragazzo, Chris, probabilmente il sostituto di Gary, la nostra richiesta.
Lui si complimenta con noi e ci dice che la premiazione potrà avvenire durante l’intervallo, prende nota dei nostri posti allo stadio e ci dice che verrà lui a chiamarci.
Lo ringrazio, sono contentissimo ed orgoglioso di poter rappresentare i GBS in questo momento importante e “storico” per il Fans Club, ma anche emozionato… chissà come sarà, chissà se andrà tutto bene … e Hayhurst? Sarà contento o non gli importerà niente del nostro premio? Chissà…
Lascio da parte i dubbi e andiamo allo shop… come potrete facilmente immaginare ci sono tantissime cose che vorrei comprare… maglie, felpe, sciarpe, foto, programmi…. Prendo un cesto.. mi accorgo che le cose che ci ho messo dentro sono davvero tante e che la spesa è davvero alta… rinuncio ad una felpa ed ai pantaloncini della divisa ufficiale oltre a qualche altro piccolo oggetto, ma non rinuncio comunque ad un’altra felpa, al dvd relativo alla scorsa stagione, ad una sciarpa, ad un cappellino da regalare al figlioletto del mio migliore amico, una targa riguardante Sir Tom, al programma della partita di oggi (un obbligo comprarlo!!) e soprattutto una fantastica maglia old style creata dalla Puma, lo sponsor tecnico del Pne.



Mangiamo qualcosa di veloce e ci dirigiamo verso il nostro settore, il Block D, ed entriamo… spettacolo assoluto e brividi, emozioni e gioia… appena vedo la gigantografia del volto di Sir Tom sugli spalti della Sir Tom Finney Stand i brividi si fanno ancora più forti…
Scendiamo verso la nostra fila.. Fila 1 posti 107 e 108, praticamente in campo ed attaccati alle poltroncine che verranno occupate dal manager Westley e dai giocatori di riserva..
Cominciamo a fare foto e a far conoscenza con tre stewarts ai quali spieghiamo di essere italiani e membri del Fans Club Italiano Ufficiale del PNE, loro sono sorpresi ed entusiasti.. ci fanno parecchie domande e cercano di capire i motivi per cui un italiano possa tifare per il North End!
Incredibilmente arriva anche il Chairman, Peter Ridsdale, che mi saluta e mi stringe la mano… non ho ancora capito se fosse lì per caso o se lo avessero avvisato della mia presenza… ma forse mi sto illudendo!!





   


Poco dopo i giocatori entrano in campo per il riscaldamento e mi posiziono vicino al punto del campo in cui si stanno allenando per fare foto e per poterli vedere da vicino. Purtroppo non vedo Hayhurst e capisco che non è stato convocato per il match.
Dopo qualche minuto però lo vedo dietro di me che si dirige verso il tunnell per andare negli spogliatoi… lo chiamo, lo saluto, gli spiego di essere italiano e gli chiedo di farmi un autografo sulla pagina del programma nel quale c’è una foto della squadra al completo. Gli anticipo inoltre che durante l’intervallo gli consegnerò un premio a nome del Fans Club e lui mi sorride emi ringrazia.
Attendo che i giocatori escano dal campo, ma solo Simonsen, nuovo portiere di riserva, si ferma per un autografo.


Torno al mio posto 107 in attesa dell’inizio del match. Nel frattempo lo stadio si è riempito di tifosi, la Alan Kelly Stand è stracolma e piena di entusiasmo per questa partita d’esordio in questo campionato contro il Colchester.
Partono i primi cori, il primo ruggito di Deepdale e parte la musica che annuncia l’ingresso in campo dei giocatori, tutto è bellissimo, ho la pelle d’oca nonostante il sole e il gran caldo che c’è oggi a Preston.
Osservo i giocatori, arriva anche Westley con il suo staff, la Alan Kelly Stand fa sentire come sempre il suo incondizionato supporto e la mascotte, la Deepdale Duck, accompagna i giocatori verso il centrocampo. Prima dell’inizio del match la squadra fa il solito veloce riscaldamento che secondo me serve ai giocatori anche per caricarsi e si unisce in cerchio per trovare la giusta concentrazione e la giusta determinazione.
Lo speaker annuncia le formazioni, ma purtroppo non parte il Can’t Help Falling in Love che per tanti anni ha accompagnato l’inizio delle partite dei Lilywhites a Deepdale.
Ci penseranno poco dopo i tifosi ad intonarlo, insieme a tanti altri cori con i quali cercano di sostenere la squadra.
Prima dell’inizio del match Westley si avvicina agli spalti per salutare una persona con le stampelle, che riconosco… è Gary, lo saluto e sono felicissimo di averlo incontrato di nuovo!
Non riesco però, purtroppo, a scambiare una battuta con il manager che è già in clima partita e si dirige velocemente verso la sua panchina.












La partita inizia, lo stadio non è pieno, ci sono parecchi spazi vuoti e la Bill Shankly Kop è occupata solo da poche decine di tifosi ospiti. Credo che la poca affluenza sia dovuta al periodo estivo… e comunque ci pensa la Alan Kelly Stand a farsi sentire!
Il primo tempo vede un PNE molto intraprendente ed alla ricerca del gol, molto bene sulla fascia vicino alla mia postazione il giovane talentuoso e velocissimo Jeffrey Monakana dal quale sono rimasto molto ben impressionato! Non arriva nessun gol e il primo tempo termina sullo 0-0.





Durante l’intervallo aspetto Chris che arriva puntualmente… è il momento… l’emozione è alta, ma lo seguo deciso e quando vedo arrivare anche Will lo saluto, lui mi riconosce e sorride.
Siamo in campo e consegno la targa ad Hayhurst, mentre lo speaker annuncia la premiazione leggendo anche quanto riportato sulla targa e nominando il nome del Fans Club chiamandolo Ghigli Bianchi Supporters anziché Gigli Bianchi Supporters… ma questo, avevo già notato in altre situazioni, fa parte della pronuncia inglese… è un momento fantastico, Hayhurst è felice, mi stringe la mano e mi ringrazia, il pubblico applaude e mia moglie Silvia ed un fotografo professionista scattano alcune foto… spero che le inseriscano magari nel prossimo programma, sarebbe fantastico e motivo di orgoglio!
Gli stewarts si complimentano con me e capiscono quanto sia vera e bella la mia passione per questo Club.







Dopo questo fantastico momento inizia il secondo tempo, assisto il match e spero nella vittoria, spero di poter rivivere l’emozione che si può provare soltanto in occasione di un gol segnato dalla propria squadra… emozione che purtroppo non posso rivivere dato che la partita termina con il risultato di 0-0.
La squadra però ha giocato bene ed ha cercato il gol con insistenza. Monakana ha giocato un grande match, Laird viene nominato Man of the Match, mentre Capitano Mousinho, purtroppo, è costretto ad uscire dal campo per un infortunio.


Mi ha incuriosito molto vedere i “movimenti” sulla panchina del PNE con Westley ed i suoi assistenti che si consultavano, davano indicazioni ai giocatori, si lamentavano con il quarto uomo per un paio di episodi molto dubbi nei quali richiedevano il calcio di rigore.
Molto curioso il momento della sostituzione di King dato che Westley aveva fatto riscaldare e preparare prima Sodje, poi Cummins che, quando era ormai già pronto ad entrare in campo, ha dovuto rivestirsi e sedersi di nuovo in panchina dato che alla fine la scelta è ricaduta su Procter…
Mi è piaciuto molto anche ascoltare e partecipare ai cori della tifoseria ed anche stare in prima fila… ok, la visuale non è la migliore per godersi una partita e per vederla attentamente, ma a me piace molto vedere i giocatori da vicino, sentirli parlare, sentire il suono magico di un pallone calciato… da qui posso sentirmi quasi in campo e mi sembra di respirare meglio l’atmosfera, mi sembra di essere più vicino alla squadra..




Al termine del match il pubblico applaude la squadra per l’impegno e per la buona prestazione, mi unisco naturalmente a questo applauso, ma sono già un po’ triste pensando che la partita è finita e che la mia giornata a Preston terminerà velocemente…
I giocatori comunque restano in campo per un riscaldamento post-match e io resto lì ad osservarli e poi mi posiziono vicino al tunnel nella speranza di ottenere qualche autografo e qualche foto.
Nel frattempo mi si avvicina Hayhurst che mi vuole ancora ringraziare e salutare! Questa per me è una grande soddisfazione, lo ringrazio a mia volta ed una sua domanda gli dico che spero di tornare il prima possibile e che mi auguro di poterlo vedere giocare la prossima volta.
Alcuni giocatori cominciano ad uscire dal campo, tra i primi c’è John Mousinho, lo chiamo, lui si ferma a farmi un autografo ed è anche disponibile per una foto, grande Capitano!! Spiego velocemente anche a lui dell’esistenza dei G.B.S. e mi sembra sinceramente sorpreso e contento.
Riesco ad avere gli autografi anche da Beardsley, Buchanan, Amoo, Monakana, Laird, Keane… sono davvero contento, mi sento un po’ un bambino, ma, come mi aveva detto poco prima uno stewart, per le passioni non c’è età… non bisogna vergognarsi se alla mia età ho questa bella passione, se mi emoziono ancora per queste piccole cose, per un autografo, una foto…







Ormai i giocatori sono usciti… restiamo solo io, Silvia ed un paio di ragazzini nello stadio… gli ultimi ad uscire, troppo bello, vorrei restarci ancora, ma non si può e allora sono costretto ad uscire, saluto ancora una volta Deepdale, saluto Sir Tom, Alan Kelly e Bill Shankly… osservo ancora lo stadio , il campo, ripenso a questa meravigliosa esperienza e poi vado..
E’ stato magnifico, un’esperienza indimenticabile, forse irripetibile…
All’uscita è incredibile, ma incontro ancora Hayhurts che si sta recando verso il parcheggio, ci salutiamo ancora nella speranza di potersi incontrare ancora presto!
Vorrei tanto andare al Sumner Pub, luogo di ritrovo per i tifosi Whites, chiedo informazioni, ci incamminiamo, ma poi ci rendiamo conto che il tempo a disposizione è davvero poco dovendo tornare in stazione a piedi visto che di taxi non se ne vedono…
A malincuore e con delusione rinuncio… peccato, avrei bevuto volentieri una birra in compagnia dei tifosi del PNE, avrei davvero voluto vedere come vivono il post match, avrei voluto vedere la loro “tana”… mi prometto che lo farò sicuramente la prossima volta… mi organizzerò meglio e cercherò di andarci prima del match.



Ci incamminiamo così verso la stazione ed arriviamo con un po’ di anticipo, giusto il tempo di mangiare un panino e di bere una birra…. Il barista vedendo la mia maglia del PNE mi chiede se sono stato alla partita, gli rispondo affermativamente e gli spiego di essere italiano, lui mi dice che segue il calcio italiano (io che sono italiano no…) e che simpatizza per la Fiorentina e per l’Udinese essendo un ammiratore di Di Natale… come è strano il mondo… noi impazziamo per il calcio inglese ed andiamo fino a Preston per vedere il North End.. lui che abita a Preston simpatizza per delle squadre italiane… incredibile davvero!
Prendiamo il treno che ci riporta a York. Durante il viaggio, accompagnato dalla musica e riguardando le foto scattate a Deepdale, sale già la malinconia e soprattutto la voglia di tornarci… chissà quando potrò. Chissà quando riuscirò ad organizzare un nuovo viaggio a Preston… chissà…
Riguardo le foto e ascolto la musica… ancora e ancora… e ripenso, riavvolgo mentalmente tutte le immagini che ricordo di questa giornata che resterà impressa nel mio cuore.. quanti momenti fantastici… il prematch, gli stewarts simpatici e disponibili, le foto, i giocatori, Ridsdale, Westley e Gary…. I tifosi, i cori, la Alan Kelly gremita, le emozioni e la passione… il Preston North End FC… e Deepdale.. meraviglioso… la premiazione, Will Hayhurst, lo speaker, il pubblico che applaude, la partita, i gol mancati, le emozioni, le corse sulla fascia di Monakana, le foto e gli autografi, Mousinho, il Capitano… e ancora Hayhurst… le emozioni, la passione, il Preston North End FC e Deepdale… i brividi che ancora percorrono il mio corpo, la pelle d’oca, i ricordi, le foto, la musica… arriviamo a York…
In camera ripenso ancora alla bellissima giornata ed alla partita e poi accendo la TV e guardo, classico, Match of the Day  e The Football League Show, nonostante la stanchezza… e allora apprendo i risultati delle altre partite, guardo i gol… questo è il football… finalmente è tornato. Questa è l’Inghilterra e qui c’è il football, quello vero, il football, quello che ti fa emozionare, gioire e piangere, il football, quello che ti fa andare fino a Preston… solo una forte e sincera passione può farti andare a Preston per vedere una partita di calcio, anzi di football, il football vero, quello che nel 1888 vide trionfare nel primo campionato della storia proprio il Leggendario Preston North End, i Lilywhites, i primi a vincere!

La mattina seguente a colazione, con la solita English Breakfast, racconto a Rory della giornata passata a Preston, anche lui è entusiasta, brilliant dice… ovviamente!! Che grande personaggio che è Rory!
La domenica decidiamo di goderci in pieno la meravigliosa York, la vogliamo vedere tutta , la vogliamo vivere!! Come prima cosa compro due giornali… The non league Paper e The Football League Paper… giusto per cominciare la giornata con un po’ di sano football!
Visitiamo la Cattedrale e poi passeggiamo per York, facciamo foto, entriamo in vari negozi, attraversiamo le vie bellissime, vediamo la Mansion House, e camminiamo su un breve tratto delle mura medioevali che ancora circondano York.






Poi torniamo in centro città ed al mercato di Newgate non credo ai miei occhi quando vedo una meravigliosa bancarella che vende degli “omini” fatti a mano in legno rappresentanti tantissime squadre inglesi e britanniche… favolosi!!!! Mi perdo subito a guardarle tutte, una per una, cerco ovviamente l’omino che indossa la divisa del PNE, ma anche quelli di altre squadre come Arsenal, Sheffield Wednesday, York City, AFC Wimbledon, Everton, Newcastle, Rangers, Hearts… tutti con i nuovi kit della stagione 2012/13… sono entusiasta e vorrei comprarli tutti… mi complimento subito con il signore che li ha realizzati e che li vende, parlo con lui ed alla fine compro quelli relativi a PNE e Arsenal…  ma davvero a malincuore rinuncio ad altri che mi sarebbe piaciuto tantissimo avere… ma devo valutare non solo i costi, ma anche il peso delle valigie… questo sarà un bel problema!!




Pranziamo in un bellissimo Pub l’Old White Swan che ha anche un cortile all’aperto con i tavolini per mangiare e bere, ma che sono tutti occupati e quindi entriamo… per il solito fish&chips + birra, un’accoppiata vincente!



Nel pomeriggio giriamo ancora per York, per vie favolose, una su tutte, Shambles, che bello.. resto veramente impressionato dalla bellezza della città e delle sue vie!!
Andiamo nella zona del Castello, rivediamo la Clifford Tower e passiamo una giornata fantastica!







La sera usciamo per cena ed al nostro ritorno in camera trovo comunque ancora il tempo di accendere la TV e guardare parte del V Festival alla ricerca di nuovi gruppi musicali britannici da aggiungere alla mia collezione… e mi segno il nome di un gruppo davvero ottimo che ancora non conoscevo, gli Snow Patrol, che hanno cantato Chasing Cars, una canzone bellissima che quando riascolterò in futuro mi riporterà con il pensiero a questa fantastica vacanza.

Lunedì mattina a colazione Rory ci invita per la serata da lui per vedere in TV il Monday Night che si giocherò alle 20.00 tra Everton e Manchester United! Accetto volentieri e con entusiasmo, non vedo l’ora di poter assistere ad una partita di Premier League in compagnia di un vero tifoso inglese!!
Organizziamo la giornata in modo da cenare presto e poter essere liberi in tempo per andare da Rory.
Ci rechiamo ancora verso il centro di York e facciamo qualche foto nella via denominata Whip ma Whop ma Gate , famosa per essere la via più piccola di York, ma con anche il nome più lungo!



Mi volto un attimo e vedo entrare in un negozio…. Il taxista del primo giorno a York!! Lo aspetto e quando lo vedo uscire mi avvicino a lui chiedendogli se si ricorda di me… sì, certo, si ricorda, il tifoso italiano del PNE, quello che conosce anche le squadre dell’Irlanda del Nord!!
Parliamo di York e di football, lui sabato è andato a Bootham Crescent a vedere lo York City perdere 1-3, e poi ci presentiamo, lui si chiama Jerry, un grande personaggio davvero e sono contento di averlo incontrato di nuovo!! Facciamo un paio di foto insieme e ci salutiamo!



Durante la mattinata facciamo qualche acquisto in un negozio che si chiama Old Guys Rule e che vende magliette simpaticissime raffiguranti alcuni simboli della Gran Bretagna come la Mini o una Vespa con a bordo un Mod … e poi da HMV dove ovviamente trovo e compro un cd degli Snow Patrol,  e dove sento una canzone che già conoscevo vagamente, ma che mi rimane impressa… è Bye Bye Baby dei Bay City Rollers, come mi spiega un commesso, gruppo anni 70.
Sarà questa canzone insieme a Chasing Cars a comporre la colonna sonora di questa vacanza!

A pranzo mangiamo qualcosa di veloce e poi decidiamo di attraversare la città facendolo dalle famose mura! E’ fantastico, il panorama lascia senza parole, e ci godiamo con tranquillità la lunga ma piacevole passeggiata che concludiamo andando in un parco davvero accogliente e ideale pe trovare un po’ di riposo in piena serenità.









E’ tutto meraviglioso, mi sto innamorando sempre di più a York, una città straordinaria!
Ceniamo ancora al Pub The Old White Swan, questa volta all’aperto, l’ambiente è fantastico ed anche qui possiamo rilassarci mangiando e bevendo in tranquillità. Questo è senza dubbio il miglior pub in cui io sia mai stato, me ne sono innamorato!!



Alle 19 arriviamo alla  Guest House… Rory non c’è e c’è un cartello con il quale avvisa che è dovuto uscire… spero torni in tempo per la partita, ma alle 19.45 non è ancora arrivato… però poco dopo arriva Peter, il signore che ci aveva accolti al nostro arrivo, che ci fa entrare nell’appartamento di Rory (che si trova all’interno della Guest House.. sicuramente è una sistemazione provvisoria, non è casa sua, la usa soltanto per gestire con comodità la Guest House e credo che solitamente sia l’appartamento che usano i proprietari).
Di Rory nessuna traccia… però cominciamo a vedere il match con Peter che mi offre una birra e con il quale parlo un po’ di football e di Manchester United squadra della quale anche lui, come Rory, è tifoso.
La partita è da subito spettacolare e molto vivace, dopo circa 20 minuti arriva Rory in compagnia di un suo amico, ovviamente un Red Devil, e si mette “comodo” a guardare il match…. Sdraiato sul pavimento! Senza tante spiegazioni circa il suo ritardo (né con me, né con Peter) comincia a parlare simpaticamente, l’atmosfera è rilassata e si segue la partita senza tensioni, ma con serenità ed allegria.
Durante l’intervallo Rory prepara tè e caffè per tutti e spiega a Peter ed al suo amico della mia grande passione per il calcio britannico e del fatto che sono andato a Sheffield ed a Preston; inizio a spiegare come è nata la mia passione, parlo degli stadi che ho visitato, della mia esperienza a Deepdale, mostro qualche foto e dico che il giorno dopo avrei ritentato di visitare il Bootham Crescent.
Scrivo su un foglio gli indirizzi internet del nostro forum Rule Britannia e del mio blog dedicato al PNE, loro sono assolutamente entusiasti e parlando di calcio inglese capiscono che me ne intendo per davvero… parliamo anche di non-league (chiedo cosa ne pensano dello United of Manchester e dicono che secondo loro è stata una buona idea quella di fondare questo Club), gli chiedo come mai non tifano la squadra della loro città, lo York City, ma hanno un po’ deviato… sono tifosi del Man U, non servono troppe spiegazioni, le passioni e il tifo non si sceglie… sono loro che ti catturano!
Parliamo anche di alcuni film e libri come Fever Pitch e The Damned United…. Insomma… credo abbiano capito quanto sia grande la mia passione!! A volte sapevo anche qualcosa in più di loro… ho l’impressione che loro seguano la loro squadra, la Premier in generale, ma che della Football League e della non-league sappiano poco.. non sapevano nemmeno in quale serie militasse il PNE! Forse loro lo vivono diversamente il tifo e la passione, per loro il calcio inglese è la normalità e a differenza di noi non vanno a cercare emozioni in campionati “minori”, non vanno alla ricerca di storie, di nuove squadre da scoprire ecc.. forse è normale così, anch’io quando da ragazzo tifavo per una squadra italiana la seguivo con passione, ma delle altre squadre e dei campionati minori mi interessavo relativamente…
Comunque inizia il secondo tempo, l’Everton gioca bene, non oso dirlo, dato che mi trovo in una tana di fans dello United, ma io simpatizzo per i Toffees e dentro di me spero fortemente che vincano il match!!!
Quando entra in campo Van Persie, da pochi giorni passato dall’Arsenal al Man U, loro sono entusiasti, mentre a me fa una certa “impressione” vederlo con quella maglia dopo averlo visto per tanti anni giocare con quella dei Gunners…
Loro seguono comunque la partita sempre in pieno relax e quando Fellaini segna per l’Everton non fanno una piega…. Continuano a chiacchierare quasi come se non fosse successo niente, mentre io esulto dentro me stesso… anche se un po’ mi dispiace per loro.
La partita termina con la vittoria dei Toffees, loro la prendono con classe dicendo… mancano ancora 37 partite… ci salutiamo, li ringrazio per la fantastica serata, parlo ancora un po’ con Rory, un personaggio davvero incredibile!! Mi dice che è un peccato che io non abbia potuto conoscere Julian, anche lui grande appassionato di calcio e tifoso Spurs ed avrebbe sicuramente apprezzato la mia passione.



La mattina seguente è quella dell’ultimo giorno a York… tanta malinconia, tanta tristezza nella consapevolezza di dover lasciare una città meravigliosa nella quale lascerò parte del mio cuore e per la quale conserverò tantissimi fantastici ricordi…
Facciamo ancora un giro per la città, compriamo una valigia perché ci siamo resi conto che con quello che abbiamo acquistato non riusciremmo a rispettare le regole sui pesi delle valigie della Ryan Air… Passeggiamo sulle note di un gruppo che sta suonando in piazza, ripercorriamo per l’ultima volta quelle vie che tanto ci sono piaciute… Stonegate, Coppergate, Coney Street, Newgate, The Shambles, The Little Shambles… che bello… vorrei restare ancora lì, ma non si può…




Torniamo alla Guest House dove troviamo ancora Rory, sistemiamo le valigie ed andiamo al Bootham Crescent, me lo ero promesso, non posso lasciare York senza aver visto per bene lo stadio della squadra locale!! Lo York tra l’altro in questa stagione è tornato a giocare in Football League dopo aver vinto nella scorsa stagione i Play Off di Conference in Finale contro il Luton Town, oltre ad aver vinto il FA Trophy a Wembley contro il Newport County.
Ci dirigiamo verso lo stadio, entriamo nel piazzale dopo esserti stati accolti dal cartello “Welcome to Bootham Crescent”, entriamo nello shop che questa volta è aperto e comincio a guardare i tanti articoli che vorrei comprare, ma questa volta devo veramente rinunciare per motivi di portafoglio e di valigia… non posso proprio comprare la maglia o un giubbetto… nemmeno la sciarpa, pesa troppo… mi accontento così, con rammarico, di una spilla e di un libretto che contiene le foto delle partite contro Newport e Luton e dei festeggiamenti conseguenti. E’ bello vedere come nel negozio entrino delle coppie, presumibilmente di nonni, che comprano dei regalini per i nipoti… lo shop della squadra è proprio considerato come un negozio di abbigliamento “normale”, in Inghilterra vestire i colori della propria squadra è una cosa normale, ho visto molte persone in giro per York che indossavano le maglie della Nazionale Inglese, ma anche di varie squadre come Newcastle, Sunderland, Hull, Chelsea, Arsenal, Manchester Utd… e ovviamente York!
Dopo aver pagato chiedo al commesso se c’è la possibilità di fare qualche foto all’interno dello stadio, lui mi risponde che non è autorizzato, ma che posso chiedere all’ufficio che si trova sempre su quel piazzale.
Dopo aver fatto qualche foto ed aver visto alcuni giocatori, entro nell’ufficio e chiedo, trovo ancora la signora dell’altro giorno che mi riconosce e questa vota, dopo aver consultato un’altra persona, mi da il permesso! Ci indica dove andare e lì, all’ingresso dello stadio, ci sono due persone che ci accolgono, spiego loro della mia simpatia per i Minstermen e dico loro di aver visto tramite internet la partita contro il Luton… loro sono sorpresi, ma più che entusiasti mi sembrano … non so come dire… insomma, secondo me si chiedono cosa ci faccia un italiano lì, a fare foto al piccolo Bootham Crescent… a fare foto e ad esaltarsi nel vedere il campo e le tribune… lo so, questa passione può sembrare strana a volte, ma è bellissima!!!
Dopo aver scattato parecchie foto posso andarmene con soddisfazione, ringrazio tutti, sono davvero contento di aver visto questo stadio anche perché so che c’è il progetto già concreto di sostituirlo con uno stadio nuovo e più moderno e quindi per me, forse, questa era l’ultima occasione di poterlo vedere.
















Me ne vado contento e soddisfatto, ma stavolta è proprio ora di andare… alle 13 arriva un taxi a prelevarci ed a portarci in stazione… quanta malinconia… come ho già detto in altri miei racconti, la stazione dei treni è spesso un luogo di malinconia, un luogo dal quale si parte, dove si lasciano bellissimi ricordi…
Io ricordo e mi porto dentro tanti fantastici momenti…  la Guest House, Rory, lo York City, le fantastiche vie di York, i suoi artisti di strada, i suoi negozi, le mura, il castello, la gente, le bancarelle, quei fantastici omini in legno, i Pub, le birre, i fish&chips, il parco, il fiume, i ponti, Jerry il taxista, le canzoni, i viaggi a Sheffield ed a Preston…
Spero di tornarci, York è meravigliosa, per certi aspetti la preferisco addirittura a Londra…
Il viaggio in treno verso l’aeroporto di Manchester è abbastanza triste, con la stanchezza, il treno affollato, ma comunque piacevole nei ricordi.
In aeroporto incontriamo nuovamente la coppia che era avevamo incontrato in stazione a Manchester all’andata, si sono trovati benissimo a Durham e mi regalano il biglietto della partita del Newcastle alla quale hanno assistito.
Per il resto non c’è molto da dire… aspettiamo l’aereo e mi rassegno al fatto di dover tornare a casa, ai 38 gradi, al caldo, alla solita routine, al lavoro… ma questa è la vita.. naturalmente non si può vivere eternamente in vacanza.. e con la testa sono già al prossimo viaggio in Gran Bretagna, alle prossime emozioni, e da un certo punto di vista sono contento di tornare al mio “Corner” per sistemare i miei acquisti, le nuove maglie, i nuovi “gadgets”, libri e riviste…
Si torna alla solita vita nella quale, comunque, non mancherà di certo il football britannico, tornerò a seguire come sempre con tutta la passione che ho dentro il Pne e le altre squadre,  “rivedrò” i miei cari amici di Rule Britannia, contento almeno di poter raccontare questa fantastica esperienza!!
Come al solito alcuni ringraziamenti sono doverosi… ricorderò per sempre la fantastica ospitalità di Rory e il suo “Brilliant”, la sua simpatia e il suo essere un “personaggio” così tipicamente inglese, ricorderò la simpatia e la “genuinità” di Jerry, una persona dall’aspetto magari poco raccomandabile, ma una persona con un gran cuore, ricorderò la gentilezza degli addetti allo stadio dello York, forse un po’ meno a quella degli addetti di Hillsborough, e soprattutto alla gente di Deepdale, a Chris ed alla signora che ci ha accolto, a Will Hayhurst e a tutti i giocatori che si sono prestati per un autografo ed una foto, agli stewarts tanto simpatici, ai tifosi che hanno accompagnato la mia giornata con i loro cori ed il loro entusiasmo ed amore per la squadra…. Ricorderò anche quegli artisti di strada che con la loro musica e la loro bravura hanno a volte reso ancora più serene le nostre giornate, ricorderò anche il simpatico e gentile signore della bancarella degli “omini” del football… i camerieri dei pub… insomma ringrazio tutti quelli che hanno contribuito a rendere fantastica questa vacanza…
Ma la persona che in assoluto ha reso tutto ancora più fantastico e semplice, che mi ha sopportato e supportato, che mi ha aiutato in ogni momento, che ha condiviso con me ogni secondo, che si è fatta in quattro per farmi tantissime foto, che mi ha accontentato in tutto… senza di lei non sarebbe stato tutto così perfetto….
Grazie Silvia!

mercoledì 1 agosto 2012

Il Canarino sorprende la Germania


Il Norwich City chiuse la stagione 1992/93 al terzo posto un risultato davvero clamoroso, che porto' i Canariens in Europa, una cosa al quanto inaspettata.
L'avventura inizio' il 15 Settembre contro gli olandesi del Vitesse a Norwich i Canariens non ebbero problemi 3-0 secco con reti di Ekoku, Goss e Polston. In Olanda con un comodo 0-0 passa tranquillamente al turno successivo.
Qui il sorteggio e' spietato dall'urna esce il Bayern Monaco, non ci sono speranze era l'invito al grande ballo.
Il Norwich era alla sua prima avventura europea e di fronte aveva una squadra abituata a giocare in Europa ogni anno, con un bacheca ben fornita. Le possibilita' di qualificazione erano nulle.
I giornali parlavano di una gita per il Norwich a Monaco di Baviera, addirittura Alan McInally pronostico una goleada da parte del club tedesco.
Ma il Manager Mike Walker era ottimista e trovo' anche un anello debole del Bayern Monaco, ovvero Lothar Matthäus, ormai aveva 32 anni sembrava lento nel centrocampo bavarese e quello doveva essere il punto di forza del suo Norwich.
Arrivo' il 20 Ottobre il giorno del match, il Bayern allenato da Ribbeck schierava Aumann, Jorginho, Ziege, Kreuzer, Helmer, Nerlinger, Wouters, Witeczek, Valencia, Matthäus, Scholl. A questi i gitanti del Norfolk contrapposero: Gunn, Culverhouse, Bowen, Butterworth, Prior, Newman, Robins, Crook, Sutton, Fox, Goss.
I tedeschi entrarono in campo sprovveduti sicuri di portare a casa la vittoria senza problemi, infatti Bryan Gunn ricorda che il Bayern era molto arrogante senza rispetto, questo fu usato come arma da parte del Norwich.
Il Norwich parti' subito alla grande, al 12' spunta Rob Newman, che con una tiro tremendo la mette nel sette ed i Canariens sono in vantaggio.
Goal che arrivo' proprio su una deviazione da dimenticare di Mattheus che ha servito involontariamente Newman.
Nonostante un infortunio a Robins, gli inglesi continuano a macinare gioco, il Bayern è in bambola.
Al ventinovesimo, su una punizione a centrocampo scagliata in area da Crook, l’idolo Chris Sutton saltò troppo presto e si fece scavalcare dalla palla, ma Mark Bowen, un esperto terzino andato in avanti per fare un giro, colpì di testa sul secondo palo beffando Aumann. La sorpresa fu così grande che il commentatore inglese sentì sè stesso esclamare dopo qualche attimo di stupore: “and...it’s in! It’s... Mark Bowen...! and Norwich are two up.. this is almost fantasy football!” Poco prima dell’intervallo il Bayern riuscì ad accorciare con un goal di Nerlinger.
Nella ripresa il Bayern attacca ma non arriva il pareggio.
Arriva il triplice fischio ed il Norwich, Walker cerco' di calmare subito i suoi ragazzi "Devono ancora venire al Carrow Road" .
Tutti i giornali inglesi elogiarono questa vittoria, definendola il punto piu' alto della storia del club.
Il 3 novembre si giocò il ritorno nel Norfolk: a un goal iniziale di Valencia rispose Goss. Seguirono barricate, sputi e scene di sangue. Il Norwich passò quindi il turno: a quello successivo incontrarono l’Inter, che alla fine avrebbe alzato la coppa. Nonostante le varie assenze gli inglesi si fecero valere e vennero eliminati anche per colpa di una certa dose di sfortuna.
Il Norwich e' l'unica squadra inglese ad aver sconfitto il Bayern allo Stadio Olimpico.

goss


20 ottobre 1993
Bayern Munich 1 Norwich City 2
Goals: Goss 12, Bowen 29; Nerlinger 40.

Bayern Munich: Aumann, Jorginho, Ziege (Sternkopf 60), Kreuzer, Helmer, Nerlinger, Wouters, Witeczek, Valencia, Matthaus, Scholl (Labbadia 64). Allenatore: Erich Ribbeck.
Norwich City: Gunn, Culverhouse, Bowen, Butterworth, Prior, Newman, Robins (Sutch 26), Crook, Sutton, Fox, Goss. Allenatore: Mike Walker.

Arbitro: Leif Sundell
Spettatori: 28,500.


di Marco Parmigiani "Hibees1875"

domenica 29 luglio 2012

Breaking hearts. Watford 1984.


Maggio 1984. Elton John, è nel pieno di un tour in Germania per promuovere il suo ultimo album. Breaking hearts, infrangere i cuori. Il cuore. Un muscolo involontario. Al cuore non si comanda. E allora nel bel mezzo dei concerti tedeschi, c'è uno stop, una sosta prestabilita, una fermata obbligatoria. Quanto basta per prendere l'aereo e tornare a Londra. Si, perchè la storia aveva chiamato, fissando l'appuntamento. A Wembley il 19 maggio, il Watford F.C. sarebbe stato protagonista della finale di coppa d'Inghilterra contro l' Everton. Mai successo nè prima ne dopo.. almeno fino ad oggi. La parabola era cominciata sette anni prima, quando lo stravagante cantante nato a Pinner distretto di Harrow nel nord-ovest londinese, decide che è giunta l'ora di provare a risollevare le sorti di quella che da sempre è la squadra per la quale fa il tifo. Watford appunto. The hornets. I calabroni, per via del giallo nero delle maglie. Il primo tassello si chiama Graham Taylor, inglese di Worksop. Assomiglia a un ufficiale al servizio di sua maestà, sarebbe stato a suo agio anche a prua della Victory accanto a Lord Nelson fra i gorghi di Trafalgar, oppure in mezzo ai quadrati di Wellington a Waterloo a respingere i poderosi assalti della vecchia guardia napoleonica. Stratega accanto a strateghi. Ma le battaglie di Taylor sono sul campo di calcio. Da calciatore veste le maglie del Grimsby Town e del Lincoln City, ed è proprio lavorando come allenatore negli “Imps” che Elton John lo chiama e lo porta nel Watford, nella feroce quarta divisione inglese, nella pioggia e nel fango di Vicarage Road. Sarà una scalata senza precedenti. Solo il Wimbledon qualche anno dopo sarà capace di fare qualcosa di simile. Nel 1982/83 i golden boys sono ai nastri di partenza della massima serie, e sarà solo per lo strapotere del Liverpool che i ragazzi di Taylor non si siederanno sul trono d'Inghilterra. Certa nobiltà non ammette intrusioni al potere. L'anno seguente non sarà un campionato felicissimo, ma c'è anche l'impegno europeo in coppa UEFA a limare le energie. Un avventura che si chiuderà negli ottavi di finale per mano dei cechi dello Sparta Praga. Ma è la F.A. Cup a tenere banco, a far sperare, a far brillare gli occhi, e il sogno va vicinissimo dall' essere realizzato. Nell' ordine cadranno gli Hatters, i cappellai del Luton Town, in due derby infuocati. Poi è la volta di Charlton, Brighton, e Birmingham City. Il 14 aprile si aprono le porte del Villa Park per la semifinale, giocata di fronte a 43000 spettatori. C'è il Plymouth a contendere l'accesso ai fasti di Wembley. Ci penserà “Hot cross” John Barnes a telecomandare un traversone per la testa del biondo George Reilly che metterà a segno il goal sicuramente più importante di tutta la sua carriera. Watford 1, Plymouth 0. Ci sono immagini di repertorio che testimonieranno, la gioia, quasi l'incredulità dei tifosi all'indomani del successo di Birmingham. I cartelli affissi davanti alla sede del club, riportano: “FA cup final terrace tickets £ 5 -Queue”. Ma nessuno si lamenta, tutti in fila ordinatamente, solo sorrisi di gente entusiasta in attesa di mostrare l'agognato biglietto dove spicca in nero l'inconfondibile sagoma della coppa più bella del mondo. Da Watford all' Empire Stadium la distanza è breve, solo poche miglia più a sud, non si cambia nemmeno linea, una decina di stazioni della Metropolitan (quella viola..) e si scende a Wembley Park.In un pomeriggio di sole, il capitano Les Taylor ,con il numero 4, presenta i suoi compagni alle autorità; Sherwood, Bardsley, Price, Terry, Sinnott, Callaghan, Johnston, Reilly, Jackett, Barnes. Allineato a pochi passi da loro c'è l' undici di Howard Kendall, forse l' Everton più forte di sempre, e che l'anno successivo a Rotterdam contro il Rapid Vienna conquisterà anche l'ormai ahimè scomparsa Coppa delle Coppe. Per pura nota di cronaca questa è la prima finale giocata con maglie dove appare lo sponsor. “Iveco”, per il Watford su una “Umbro” giallo rossa da favola, “Hafnia”, per l' Everton su una “Le coq sportif”di un vivace blu, per niente male. Il contrasto cromatico delle divise con il verde del terreno di gioco rende gloria al Dio del football. Nella prima mezz'ora gli uomini di Taylor partono alla grande e si fanno anche piuttosto pericolosi, ma due episodi li condannano. Il primo avviene al 38' del primo tempo quando Greame Sharp intercetta un tiro di Stevens maldestramente sfiorato da Barnes, che accarezza il palo e termina placidamente in rete. Successivamente al 51' della ripresa, Andy Gray approfitta di un uscita- diciamo non perentoria- di Sherwood per sospingere in goal di testa un cross di Steven che sembrava non finire mai. Vinceranno i toffees 2-0. Per i gialli di Watford rimarrà solo la sempre suggestiva consolazione di salire i gradini del palco reale e ritirare la silver medal. I tifosi dell' Everton esporranno uno striscione che recitava: “Sorry Elton- i guess that's why they call us the blues !” Scusaci Elton immaginiamo che sia per questo che ci chiamano i Blues. Eh si,.. è proprio il caso di cantarglielo Sir, ci avete davvero spezzato il cuore.


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di Sir Simon


Once a Blue, Always a Blue.


Piove. E anche se non piove facciamo che piove lo stesso. Nelle mie fantasie non riesco ad eludere il binomio pioggia Gran Bretagna. Una pioggia leggera, intermittente, di quelle che bagnano tutto ma non disturbano, e fanno quasi piacere. Il Goodison Park appare all' improvviso dietro le case basse nella zona nord della città. « House of the Blues», c'è scritto su in alto con delle grandi lettere radiose. La casa dell' Everton è un esaedro fatto di mattoncini blu e bianchi. Qui abitano i Toffees, l'altra metà del cielo, i figli di un Dio minore che gli ha regalato una genesi più antica ma meno blasone rispetto ai cugini di secondo grado del Liverpool. Questa città è la storia di un derby. Divisa a metà dalla passione per il pallone. Everton o Liverpool? Blu o rosso? Una sfida che colora l'orgoglio e va avanti da più di cento anni. L'abbiamo detto, è arrivato prima l'Everton. Everton è il quartiere in cui si riunirono i fondatori, nel novembre del 1878. Una riunione svoltasi all'hotel Queens Head, situato in Village Street, una via laterale di Everton Road, a poca distanza dalla pasticceria The Ancient Everton Toffee House e dalla Prince Rupert's, una torre che, guarda caso, figura ancora oggi nel crest societario. Eccole le scintille che hanno acceso nome e soprannome. Everton e Toffees, cioè dolcetti, in onore di questa antica logistica. A far nascere il club furono i rappresentanti di una parrocchia metodista, la St. Domingo, che diedero vita a una scuola, e successivamente alla squadra. Perché d'inverno è difficile giocare a cricket, e in qualche modo bisogna tenersi in allenamento. La storia inizia da lì. C' è anche un campo di calcio, l' Anfield.. La prima sfida calcistica della neonata squadra si disputò nel 1879, e le maglie a strisce bianco blu si imporranno per ben 6-0 sul St. Peter. I ragazzi hanno talento, l'Everton si fa strada. Due anni dopo avviene un cambiamento di colori, per evitare la confusione dovuta al fatto che a tutti i giocatori nuovi era stata concessa la possibilità di indossare le divise delle loro ex squadre. Il che aveva reso le partite dell'Everton una sorta di carnevale collettivo. Le magre finanze del sodalizio impongono però di evitare l'acquisto di nuove divise. Nasce un idea, una soluzione. Drastica, e grossolana. Le maglie verranno tinte di nero (con successiva aggiunta di una striscia rossa), e nacque così un nuovo nick name: Black Watch. Nelle stagioni successive la fantasia cromatica si sfoga nella scelta del color salmone, da abbinare a pantaloncini blu, poi maglie rosse con bordi blu e pantaloncini neri, fino ad arrivare alla livrea attuale, stabile dal 1901. Intanto nel 1888 l'Everton venne ammesso come membro fondatore della neonata Football League che vincerà tre anni dopo. Ma nel 1892 succede qualcosa di importante. Quattordici anni dopo la fondazione dell'Everton, da una scissione interna, nasce il Liverpool. Che si prenderà anche lo stadio perché il costo di utilizzò dell'Anfield si era mostrato troppo alto. E poi si prenderà tutto il resto. Fama, gloria, successi. L’arrivo dei Toffeemen a Goodison Park combacia quindi proprio con la nascita del Liverpool F.C.. Ad Anfield fra le altre cose l'Everton aveva anche vinto come detto il suo primo titolo. Ma le eccessive pretese economiche del propietario fanno si che l’Everton saluti e parta alla ricerca di una nuovo impianto, che troverà a poche yards di distanza. Basterà semplicemente attraversare il verdissimo Stanley Park, il parco cittadino, che tutt’ora divide i due stadi. E la nuova casa arriverà giusto in tempo per l’inizio del nuovo campionato. Vennero costruite tre tribune di cui una coperta, che portarono subito il Goodison Park ad un buon standard qualitativo, tanto da indurre la federazione a far disputare qui la finale di F.A. Cup del 1894 tra Notts County e Bolton Wanderers. Nel 1907 venne costruito il quarto stand, quello che guarda verso il parco. Nel 1926 una tribuna di due piani sostituirà quella in legno datata 1895 su Bullens road. Nel 1938 per celebrare l’ultimazione dell'ultima tribuna su Gwladys Street, giunse in visita addirittura re Giorgio VI, ma pochi anni dopo i blitz aerei tedeschi danneggiarono molto seriamente l’intera struttura. Al termine del conflitto grazie a un contributo statale lo stadio riuscì a ridarsi un aspetto decente e confortevole. Nel 1948 si tocca il record di presenze e non poteva che essere in occasione di una sfida con la sponda rossa della Mersey. I tornelli del Goodison park gireranno per oltre 78.000 volte. Il palmares dell' Everton si impara a memoria abbastanza in fretta: nove titoli nazionali, l'ultimo venticinque anni fa, cinque coppe d' Inghilterra, e una coppa delle coppe. Quello del Liverpool è un' altra cosa. Eppure, qui la maggioranza tifa per i Blues. Quelli che si sentono fieramente «The people's club», la squadra del popolo. Il Liverpool, dicono, ha un appeal più nazionale. In Williamson Square i negozi ufficiali dei due club, sono uno accanto all'altro, ennesima dimostrazione del «The friendly derby», se si eccentua un piccolo incrudimento fra le due tifoserie durante gli anni settanta quando il classico menù a base di disoccupazione, droga e impari opportunità che sembrava venir offerto alle masse di giovani dell'epoca iniziò a dar vita al fenomeno casuals, anche se a Liverpool a differenza di Londra si parlerà di smoothies. E allora anche il calcio diventò un pretesto per i violenti incontri tra le varie mobs. Uno dei due periodi d'oro dell'Everton risale a cavallo tra gli anni Venti e anni Trenta, quando i "Toffees" conquistarono tre titoli inglesi (1928, 1932, 1939) e una FA Cup (1933), portando alla ribalta le straordinarie doti di Dixie Dean, per l'esatezza William Randolph Dean, il centravanti acquistato diciottenne il 16 marzo del 1925 per 3000 sterline dal Tranmere Rovers, club del circondario. Ragazzone robusto dalla faccia volitiva, potente e dal superbo stacco, si fratturò il cranio e la mascella a seguito di un grave incidente motociclistico ad Holywell nel 1926. I dottori gli dissero che non avrebbe più potuto giocare a calcio, ed erano particolarmente preoccupati dagli effetti di una pallonata nel caso di un colpo di testa. Ma Dean da autentico testardo, sprezzante del pericolo, ignorò i loro consigli e, una volta ripresosi, fu il capocannoniere dell’Everton nella stagione vincente 1926/27. Non gradiva molto il nomignolo Dixie, in ogni caso Dean segnò 349 reti in dodici stagioni: il tipico centravanti inglese dell'epoca, capace di sparare in rete la palla con ogni mezzo. 


Dixie Dean

Ma ovviamente i grandi nomi non sono finiti qui. Ad esempio impossibile non menzionare Tommy Lawton che fece parte di quella che venne riconosciuta come "School of Science", l'Accademia delle scienze calcistiche, per via del delizioso tipo di calcio giocato dai "Toffees" nel 1938/39. Lawton fu acquistato nel dicembre del 1936 per una cifra di 6,500 sterline. Si trattava di una cifra record per un giocatore nato nel 1919 e quindi giovanissimo. Sembra che la firma sul contratto fu agevolata dalla volontà di Tommy, che così aveva l’opportunità di giocare al fianco di Dean all'epoca trentenne. Metterà a segno qualcosa come 218 reti in 206 partite. Ma adesso partiamo da un risultato sportivo per parlare anche di folklore, perché alla fine molto del fascino del calcio inglese deriva anche da un contorno assolutamente unico e originale, che probabilmente a certi benpensanti farà storcere la bocca, ma che indiscutibilmente ha sempre fatto parte di questo mondo. Per l'Everton uno degli episodi più curiosi è senza dubbio questo: Sabato 14 maggio 1966, stadio di Wembley. E' il giorno della finale della Coppa d'Inghilterra. A sfidarsi sono lo Sheffield Wednesday e l'Everton di Harry Catterick. Immerso, stipato, fra le centomila persone che affollano le tribune dello stadio londinese c'è un uomo, un tifoso dei toffees, che segue la sua squadra del cuore ovunque e con ogni mezzo, autostop compreso. Si chiama Eddie Cavanagh. Faccia da spaccone, ma alla fine un tipo simpatico e di compagnia, con qualche idea maldestra che ogni tanto gli affiora alla mente. Uno nativo di Huyton, un sobborgo di Liverpool, non molto di più che una famosa stazione ferroviaria, e una poesia di Thomas Arthur Lumley. Vive in un modesto cottage con le pareti colorate di blu. Elemento cromatico che denuncia senza troppa fatica che la sua vita ruota attorno all' Everton. Un autentico satellite orbitante al Goodison Park, anzi più che altro dentro Goodison Park. Dove addirittura aveva anche giocato per qualche anno nelle giovanili del club, senza per altro aver ottenuto niente di particolare se non l'emozione di vestire la sua maglia preferita. Ma quel 14 maggio del 1966 entrerà dritto e definitivo, non solo nella storia dell'Everton, ma anche più in generale in quella del football inglese. Come sempre al seguito della sua squadra, si presenta agli ingressi di Wembley per assistere alla finale. Le cose in campo per i Blues non si metteranno per il verso giusto. Andranno sotto due reti. Eddie, come tutti i tifosi arrivati da Liverpool, è sconsolato. Ma non cesseranno i cori, non diminuirà l'incitamento, e il tenace Everton di Catterick in poco più di cinque minuti grazie a una doppietta di Mike Trebilcock riporta le sorti del match in parità. I tifosi sono in visibilio e Eddie non sta più nella pelle, il pubblico di fede Everton esplode. Eddie non resiste, lo guida una gioia incontenibile. E' un attimo. Scavalca la cancellata che lo separa dal campo e fa irruzione sul terreno di gioco. Nelle sue intenzioni c'è solo la volontà di andare ad abbracciare e complimentarsi con l'autore della doppietta. Corre, goffo, quasi barcollante, più che altro sorridente, sicuramente divertente. Non per i poliziotti che iniziano a dargli la caccia. Lo inseguono, lo braccano. Lui vuole Trebilcock, il suo eroe di quel pomeriggio. Alla fine un poliziotto lo afferra per la giacca. Sembra finita. Anzi no. Colpo di teatro. Cavanagh si lascia sfilare la giacca come in un numero da prestigiatore e il pubblico ufficiale perde il contatto e l'equilibrio, cadendo sulla sacra erba di Wembley con la giacca in mano. Boato. Applaudono tutti, anche quelli delle Owls. Eddie nel frattempo prosegue la sua folle corsa, ma ormai lo hanno circondato e un poliziotto lo atterra. A quel punto anche i giocatori dell'Everton, increduli e divertiti al tempo stesso si avvicinano al tifoso ormai afferrato dai poliziotti e lo abbracciano. Cavanagh alla fine non verrà arrestato. Verrà solamente riportato sulle tribune, ovviamente guardato a vista. L'Everton segnerà ancora con Derek Temple e vincerà la FA Cup. Eddie, questa volta se ne rimarrà sulle gradinate. Esultante. Il giorno seguente i giornali non mancheranno di dare spazio all' impresa di Cavanagh. I titoli lo appelleranno ironicamente come "The First Hooligan". Cavanagh è scomparso nel 1999 ma il suo nome rimarrà indelebile nell'immaginario collettivo di tanti tifosi non solo di fede Everton. ". E a proposito di tifosi dell'Everton, non possiamo non menzionare un aneddoto relativo ai “big four” i quattro ragazzi più famosi della città: i Beatles. «No way, man, I' m a bluenote». In questa maniera nel 1989 Paul McCartney smontava le illusioni di quanti lo immaginavano accanito tifoso del Liverpool. Invece propendeva per gli altri: quelli della zona nord di Stanley Park. Paul era dell' Everton. E lo è stato almeno fino alla strana intervista concessa anni fa a Radio Merseyside, durante la quale, forse dimenticando qualcosa della propria biografia, o forse cercando nuovi consensi, ammise: “È vero che simpatizzo per l' Everton, ma dato che a me della rivalità o delle questioni politico religiose non me ne importa un fico secco se il Liverpool va in finale di Champions io tifo per la squadra della mia città»”. I suoi amici di sempre, quelli d' infanzia, gliela giurarono. Uno, noto come Dickie the Dick, minacciò di riportarlo per le strade di Allerton con un barile di birra da svuotare come penitenza. Goliardia. Il derby di Liverpool divide senza dividere. È sempre stato così. «Mescola il rosso del Liverpool e il blu dell' Everton, e otterrai il marrone della Mersey». Cinquant' anni fa i Beatles sembra si spartissero le simpatie: Paul e George tifavano Everton, John e Ringo (cui andrebbe aggiunto anche Pete Best, il primo batterista, ossia il batterista più sfigato della storia) erano per i Reds. Poi ci sono altre versioni contrastanti e comunque il dibattito è sempre aperto. In ogni caso di certo c'è che nessuno dei quattro amasse particolarmente il football (John tirava qualche calcetto, Paul mai, Ringo preferiva il rugby, e da ragazzino George era innamorato di auto mobilie di Stirling Moss, e poi la Kop che intona "You' ll never walk alone" era impressa su Meddle dei Pink Floyd...). Il loro manager Brian Epstein li obbligò a non pronunciarsi mai in pubblico sulle loro simpatie sportive per evitare di confondere i fans e rischiare di dividerli. Nonostante ciò si sa però che il nostro Paul era a Wembley per la finale di Fa Cup del '68 (West Bromwich-Everton 1-0). Sarà un caso?.. Tornando a faccende più squisitamente calcistiche, due anni dopo l'Everton con ancora Harry Catterick in panchina conquista la First Division. Fu il campionato che precedette i Mondiali del 1970. Ebbe iniziò il 9 agosto 1969 e dal gruppo delle prime si staccò alla quarta giornata l'Everton, che fu poi raggiunto dal Wolverhampton e dai rivali del Liverpool che all'ottavo turno presero la testa della classifica. Dopo due giornate l'Everton riconquistò il comando della classifica per non lasciarlo più nel corso della stagione: inizialmente tallonato dal Liverpool e dal Derby County, alla diciottesima subentrò nel ruolo di inseguitrice il Leeds campione in carica, che concluse il girone di andata a cinque punti dall'Everton. All'inizio del girone di ritorno i Toffees ebbero un calo di rendimento che consentì al Leeds United di avvicinarsi alla vetta, che riuscirono a raggiungere alla ventottesima giornata. Ma dopo sei giornate l'Everton riprese il comando della classifica e fece il vuoto, portandosi in tre giornate a +7 dai bianchi di Elland Road. Grazie a questo vantaggio ottenuto anche grazie ai 23 centri di Joe Royle, l'Everton poté laurearsi campione d'Inghilterra con due giornate di anticipo e con otto punti di vantaggio sul Leeds, che divennero nove all'ultima giornata. Facciamo ora un salto temporale, saltiamo i settanta e i primi anni ottanta che puzzano di vittorie del Liverpool e che da altre parti alimenterebbero complessi d'inferiorità di cui nessuno però dalle parti di Goodison Park pare soffrire. Andiamo direttamente al 15 maggio del 1985. Una data storica. l'Everton vince la Coppa delle Coppe, il suo primo trofeo europeo, battendo nella finale di Rotterdam gli austriaci del Rapid Vienna. Fu una stagione entusiasmante quella della squadra allenata da Howard Kendall. Anche perché insieme alla splendida avventura europea si abbinò una nuova vittoria in campionato. Quest' ultimo conquistato con 90 punti, 13 di distacco dai vicini in maglia rossa che in quel periodo continuavano ad andare alla grande. Maggior numero di vittorie, minor numero di sconfitte e migliore attacco con 88 reti di cui 23 dello scozzese Greame Sharp. E' la squadra di Howard Kendall. Arrivò all' Everton da manager nel 1981 dopo che fra il 1967 e il 1974 sempre qui aveva collezionato da giocatore 229 presenze e 21 centri. Inglese del nord, nato nella contea di Durham, due guance paonazze e un sorriso allegro. L'avventura europea prende inizio il 19 settembre 1984 dalla vicina Dublino. Al Tolka Park gremito di oltre 10 mila persone, i Toffees affrontano la UCD, l'University College di Dublino. Partita tirata, anche un po' tesa se vogliamo. Finirà zero a zero. Due settimane dopo a Goodison Park basterà un gol del solito Sharp in apertura di gara per chiudere i conti. Negli ottavi di finale i "Kendall Boys" affrontano l'Inter Bratislava. Andata nell'allora Cecoslovacchia il 24 ottobre 1984, in un periodo dove si incominciava ad andare all'est con meno timore e con più conoscenze di chi si doveva realmente affrontare. L' Everton si porterà a casa un importante successo per 1-0 grazie a una rete di Paul Bracewell. Il ritorno del 7 novembre è pura accademia: Heat, Sharp e Kevin Sheedy firmeranno un 3-0 senza storia. Terminata la consueta pausa invernale, L'Everton incrocia nei quarti gli olandesi del Fortuna Sittard. Prima gara a Liverpool, mercoledì 6 marzo 1985. Gli olandesi in giallo verde sono avversari ostici, il campo è visibilmente allentato, dovunque si alzano piccole zolle di terra. Ma quando Andy Gray approfitta di un incertezza del portiere ospite per ribadire in rete un tiro di Reid, la tensione si scioglie e diventa festa. Le paure della vigilia vengono spazzate via e Gray firmerà la tripletta del trionfo: 3-0. Corre, anticipa tutti, esulta, alla fine sembra non crederci nemmeno lui. Lui, il ragazzo di Glasgow che alla fine di quella stagione farà piangere tutti i tifosi dell'Everton che volevano non se ne andasse. Ma d'altra parte stava arrivando dal Leicester un certo Lineker e i suoi 40 goal stagionali, stavano arrivando le sue prodezze messicane, e in ultimo arrivarono anche i soldi del Barcellona. Il ritorno in Olanda non avrebbe dovuto far nascere troppe preoccupazioni ma a scanso di equivoci questo Everton non concederà nulla agli avversari e si imporrà con le reti di Peter Reid e Greame Sharp. I Toffees vengono così inseriti nell'urna delle semifinali dove, fra le pretendenti al ballo finale si aggirava minaccioso uno spauracchio che tutte le altre tre volevano evitare: il Bayern Monaco di Jean Marie Pfaff, Dieter Hoeness, Klaus Augenthaler, e Lothar Matthaeus. Un rullo compressore che aveva schiacciato tutti gli avversari. Dai norvegesi del Moss, fino alla Roma, battuta sia in casa che in trasferta. E il genietto dello spettacolo non poteva esimersi dall'abbinare i blues ai tedeschi. Il 10 aprile 1985 sono in oltre settantamila al vecchio Olympia Stadion. La squadra di Kendall soffre l'emozione scenica, e la pressione dei bavaresi si fa insistente. Sembra che da un momento all'altro i rossi possano passare. Ma quelli in maglia blu resistono. Sopratutto quello in maglia verde: Neville Southall, il portierone gallese con i baffi da druido. La sue doti funzionano. Dirrà di no anche a un certo Rumenigge, che dopo l'ennesima parata si mette le mani fra i capelli. Quando finisce l'assedio il tabellone dice 0-0. Primo pari per il Bayern in coppa. Il 24 aprile in un Goodison Park da brividi sono quasi in cinquantamila a gremire l'impianto. Un'atmosfera unica. “We Are The Famous EFC, e poi di seguito, When The Blues Go Marchin' In...” brividi, e potere arcano che si sprigiona. Sprazzi d'incanto di serate dove qualcosa di prodigioso era nell'aria, prima che il calcio moderno spazzasse via insolentemente ogni forma di magia. I nuovi inquisitori non perdonano, guai ad ammettere che preferivate il calcio di una volta. Vi rinchiuderanno in una cella legati con una catena fatta di smart card. Al muro della prigione, spugnato con le stelle della Champions, appenderanno il loro bando che dichiara fuorilegge ogni forma di licenza poetica, per lasciare spazio e gloria solo alla concretezza economica. L'unico dogma che per loro conduce al successo. La semifinale di ritorno si presenta comunque difficile. Il pari raccolto in Germania non può e non deve far stare tranquilli. Quando poi Dieter Hoeness, al 37° minuto, porta in vantaggio i tedeschi sembra davvero che le speranze siano ridotte a un esile lumicino. Ma ecco quella magia di cui parlavo poco fa. E' ora di farlo. Qui nel sottosuolo scorrono energie misteriose, questa è terra di antichi riti, la bacchetta magica di Kendall può funzionare. Durante l'intervallo nessun rimprovero, nessun urlo in faccia. Kendall ordina molto semplicemente di ascoltare quei cori che giungevano distintamente anche nel chiuso degli spogliatoi. E' quella la sua bacchetta magica. Lo sa. L'Everton che riappare in campo lotta su ogni pallone, pressa, non da respiro al Bayern che appare frastornato. E appena iniziata la vera grande notte del Goodison Park. Sharp, Gray, Stevens: 3-1. Una rimonta strordinaria. I toffees sono in finale. Rotterdam sarà letteralmente invasa dal popolo blu. Saranno all'incirca in 25 mila. Molti di loro pregustano addirittura il "treble". Una stagione da incorniciare insomma. Un dominio assoluto. Ma adesso l'ostacolo si chiama Rapid Vienna che arriva in finale seguito da scorie polemiche. Infatti nel corso della gara di ritorno degli ottavi di finale contro il Celtic, i bianco-verdi viennesi, che avevano vinto 3-1 la gara d'andata in casa, si trovavano sotto di 3 gol nel ritorno a Glasgow, quando il difensore Rudolf Weinhofer si gettò a terra, sostenendo di essere stato colpito da una bottiglia lanciata dagli spalti dai sostenitori dei Bhoys. Sulla falsariga di quanto deciso in occasione di Borussia Monchengladbach - Inter, l'UEFA decise di annullare la partita, e di farne giocare un'altra in campo neutro. Questo nonostante le immagini televisive dimostrassero che Weinhofer non fosse stato minimamente sfiorato.. Come pena aggiuntiva, al Celtic fu comminata una multa di 17.000 sterline e la squalifica del campo per una partita. Nella ripetizione, disputata all'Old Trafford di Manchester, il Rapid si impose per 1-0 e guadagnò il passaggio del turno. Ma il 15 maggio 1985 l'Everton si prese quindi anche la briga di vendicare gli scozzesi e la sportività. Il Rapid cadde sotto i colpi dei “soliti noti” ,Andy Gray, Trevor Steven e Kevin Sheedy per un perentorio 3-1 finale. L'Everton campione d'Inghilterra saliva anche sul podio europeo in un annata che non divenne leggendaria solo perchè un'invenzione di un ragazzotto nordirlandese di nome Norman Whiteside regalò tre giorni dopo la FA Cup al Manchester United. Ma la parabola di quella squadra non era finita. 





Everton


Nel 1987 Kendall riporta l'Everton a vincere il campionato. Un torneo che vide subito in testa squadre atipiche come il West Ham, e il neopromosso Wimbledon, ma la non abitudine ai vertici fa soffrire di vertigini e blocca il proseguo della scalata, lasciando strada al Nottingham Forest. Quest'ultimo si staccò dalla vetta alla settima giornata e condusse la classifica fino alla quattordicesima, tallonato dai canarini di Norwich che addirittura alla decima giornata presero provvisoriamente il comando della classifica. L'alternanza sembrò non conoscere soste. Al quindicesimo turno l'Arsenal, rinnovato dall'avvento in panchina di George Graham, prese il comando in solitario e allungò sulle inseguitrici, concludendo il girone di andata a +4 dall'Everton, rimasto fino a quel momento solo a ridosso delle prime. All'inizio del girone di ritorno i gunners allungarono di un punto il vantaggio sull' Everton, ma subito dopo accusò un vistoso calo permettendo la rimonta dei Blues, che alla ventiseisima giornata superarono i londinesi e tentarono la fuga inseguiti dai rivali del Liverpool. I Reds rimontarono lo svantaggio sulla capolista, prendendo la testa della classifica alla trentesima giornata, ma l' Everton riuscì a recuperare lo svantaggio dopo quattro giornate e allungò sui rivali acquisendo un distacco sufficiente ad assicurarsi la vittoria del campionato con due giornate di anticipo, in uno dei tornei più combattuti e incerti di sempre. L'ultimo squillo al campanello della sala delle vittorie del Goodison Park e datato 1995. A suonare con la FA Cup in mano è Paul Rideout, ad aprire e poggiare la coppa in bacheca Joe Royle, uno che qui è sempre stato di casa. Andate al «The Abbey». E' un pub tutto rosso ma dentro batte un cuore tutto blu. Potreste trovarvi dei tipi con la maglia dell' Everton e sulle braccia tatuato il motto del club: «Nil satis nisi optimum». Nient'altro che il meglio è abbastanza. Oppure perché no, fare la conoscenza di una di quelle ragazze che prima della partita fanno il giro del campo lanciando caramelle agli spettatori. Si lo so, non bisognerebbe accettare dolcetti dagli sconosciuti, ma qui potrebbero offendersi, d'altra parte siamo non o non siamo fra i toffees?


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di Sir Simon

giovedì 12 luglio 2012

Celtic, Rangers, e il caso Mo Johnstone.


Non cercate termini di paragone. Non lì troverete. Questo è un affare per stomaci forti. Noi galleggiamo sulla superficie liscia del semplice antagonismo sportivo, l'Old Firm scende in profondità, giù fino ai cromosomi di un popolo, fino alle ragioni di una comunanza forzata decisa dalla fame e dalle opportunità. Il trionfo delle conseguenze non volute. In filosofia l'eterogenesi dei fini. A Glasgow c'è una data d'inizio a tutto questo. Iniziate a cercarla a Gallowgate nel sud est della città. Edilizia popolare e negozietti a buon mercato che sventolano bandiere irlandesi. Sui pub troneggiano scritte in onore dei “Lisbon Lions 1967” , l'anno in cui il Celtic vinse la Coppa dei Campioni a Lisbona contro l'Inter di Helenio Herrera e contro i pronostici. Prima squadra non latina a farlo. Prima, sopratutto degli inglesi, che marceranno d'invidia e dovranno aspettare la stagione successiva per festeggiare, nella notte di Wembley, di Bobby Charlton e del Manchester United. “Qui troverete ovunque questa scritta”, ti dicono. Qui, si riversarono navi di emigranti provenienti dall'Irlanda, a seguito della penosa carestia delle patate scoppiata nella metà del XIX secolo e che causò la morte di quasi un milione di irlandesi. Ad attrarli il grande porto di Glasgow, i suoi moli, i suoi cantieri navali. Da qui, e non solo da qui, il Regno Unito è partito per il mondo e se lo è portato a casa. In breve l'afflusso immigratorio definì ancora meglio la fisionomia della città. Operaia, proletaria, e laburista.
Un giorno fratello Walfrid, nome religioso di Andrew Kerins, irlandese nato a Ballymote nel 1840 e anche lui emigrato nella cittadina scozzese viene convocato dal suo arcivescovo che ha in mente di creare ciò che ha già preso piede a Edimburgo. Ciò che già funziona con l'Hibernian. Una squadra di calcio che raccolga fondi da devolvere in beneficenza ai bambini più sfortunati: Poor Children's dinner table.
Walfrid è entusiasta del progetto. Si darà subito da fare; affitta per 50 sterline un lembo di terra accanto al cimitero di Janefield, proprio nella zona di Gallowgate, e lo trasforma in un empirico campo da calcio. Nel 1888 partorisce la sua “creatura”, al grido di “viva San Patrizio”. E' nato il Celtic Football Club. E' nata una “banda di straccioni” che gioca accanto alle lapidi sbrecciate di un camposanto, con una maglia bianca e verde e un quadrifoglio come emblema. Diventerà icona, simbolo, rifugio, e eccellenza sportiva.
Ma intanto la massiccia iniezione di manodopera irlandese non poteva non provocare reazioni in città. Dell'altra faccia della città. Quella protestante, e presbiteriana, quella dei sermoni infuocati di John Knox a una platea che lo ascolta ma non si muove. Perché farsi il segno della croce è da fanatici, da adulatori del Papa e delle sue politiche d'interesse, da fondamentalisti cristiani, da superstiziosi cattolici. Le “braccia locali” si vedono sfilare posti di lavoro e stipendi. Irlandesi e scozzesi. Cugini di genesi celtica. Troppo simili per non odiarsi. La religione, la politica, ma non solo. Ne nasce un attrito che il tempo provvederà ad accrescere e amplificare.
Nel 1872 erano nati i Rangers, anche se alcune cronache non collimano con questa data. Quello che è certo e che nascono dalle idee di quattro padri fondatori. I fratelli Moses e Peter McNeil, Peter Cambell e William McBeath. I primi due sono figli di un giardiniere che lavora presso la residenza estiva di John Honeyman, un mercante di grano. Per il nome si ispirano a un team inglese di rugby, per i colori al blu scozzese che gli anni a venire macchieranno di una britannicità palesemente ostentata da venature bianche e rosse. I colori della Union Jack. Mentre i cori racconteranno della battaglia di Boyne e di quando Guglielmo d'Orange sconfisse il re cattolico Giacomo II. Prima partita contro il Callander FC con pareggio finale a reti inviolate. Sedi vacanti e provvisorie per i primi anni, poi dal 1899 arriva definitivamente il quartiere di Ibrox e uno stadio progettato del celebre architetto Archibald Leitch. Diventerà il tribunale del popolo. Ibrox, Govan, South Side, anche qui i brividi umidi del Clyde, i cantieri navali di Gorbals, e cieli neri per il fumo costante delle ciminiere. Assolutamente e ruvidamente “working class”. Sarà il riflesso opposto a Gallowgate. Oggi Govan è mestamente fatiscente ma la zona adiacente di Pacific Quay è stata oggetto di uno straordinario lavoro di rinnovamento, dal Glasgow Science Centre, al Riverside Museum, agli studi della BBC. Dalla fondazione dei due giganti calcistici della città, dal loro primo match ufficiale disputato nel maggio del 1888 (un amichevole si noti bene) malgrado numerosi segnali di distensione, la rivalità è cresciuta costantemente. Dissidi, rancori, incidenti e un episodio fra i tanti che ha destato l'attenzione di tutto il mondo. Bisogna ritornare a oltre vent'anni addietro. Alla stagione 1989/90. Maurice John Giblin Johnstone, per tutti Mo, nasce a Glasgow il 14 aprile 1963. Rosso di capelli, qualche lentiggine, e lo sguardo di uno di quelli che conosce la strada, le sue risse e i suoi pericoli. E' cattolico, e anche un calciatore promettente. E per uno nativo di quelle parti il Celtic sembra la destinazione naturale. Ci arriverà nel 1984 dopo esperienze prolifiche con il Partick Thistle e il Watford in Inghilterra. In tre anni collezionerà 140 presenze e metterà a segno 52 reti. Poi arrivano le sirene francesi e il calciatore proverà l'esperienza continentale andando a giocare nel Nantes. Nella Loira non smarrirà le sue doti di bomber regalando al club giallo verde 22 centri in due stagioni. Sembra che non voglia tornare più in patria, anzi no, rilancia il suo amore per il Celtic e dice che rivuole Parkhead e che il Celtic è l'unico club in cui vuole giocare. Intanto Frank Mc Avennie il suo sostituto durante il biennio francese se ne ritorna al West Ham United. E allora Johnstone tornerà a Glasgow, ma incredibilmente nella parte blu della città. E' un fatto di soldi. I Rangers sotto la pressione sopratutto di Greame Souness vengono meno alla loro regola storica di non tesserare giocatori cattolici. Lo stesso Souness risponderà alle domande pressanti di stampa e tifosi dicendo: “Sono scozzese e protestante, capisco certe cose, ma nel calcio come nel mondo moderno non devono contare, io ho il dovere di scegliere i più bravi, e poi ho sposato una cattolica figuriamoci se avrò problemi ad allenarne uno”. Anche il neo presidente David Murray avalla la scelta del “padrino di Edimburgo”. I tifosi no. Di ambo le parti. Per quelli del Celtic è semplicente un “Judas” un maledetto traditore. E mentre dall' East End volano offese e minacce, sui cancelli di Ibrox bruciano le sciarpe dei Rangers e vengono stracciati gli abbonamenti. Edminston Drive viene presa d'assalto. Il 13 luglio fu una notte infinita, urla, rabbia e tanta polizia. Nemmeno una subdola regia occulta avrebbe fatto meglio, siamo infatti nel bel mezzo delle marce orangiste a Belfast. Benzina sul fuoco. Johnstone fu costretto a difendersi da tutti. Da quelli dei Rangers, e da quelli del Celtic. Per muoversi avrà bisogno di tre guardie del corpo. Stessa storia per la moglie e i quattro figli. Fu persino costretto a prepararsi da solo la divisa da gioco in quanto anche il magazziniere dei gers si rifiutava di farlo. A dirla tutta negli archivi dei Rangers pare ci siano stati precedentemente al “rosso” altri 15 giocatori cattolici nelle loro fila come per esempio il sudafricano Don Kitchenbrand, ma l'impatto del profilo di Maurice Mo Johnstone non era certo eguagliabile. Billy McNeill l'allenatore del Celtic non avrà mezze parole: “ Non lo posso perdonare e credo che nemmeno i fans lo faranno mai perché ha mancato di rispetto a tutti a noi e alla nostra causa”.
Ma nonostante tutto Johnstone dimostrerà una forza di carattere notevole. Sterline o meno giocare in quella situazione sarebbe stato impossibile per molti. Invece se ne andrà da Ibrox Park solo nel 1991 dopo aver segnato 46 reti, qualcuna applaudita, qualcuna no. Naturalmente con il passare del tempo le cose migliorarono ma un certo imbarazzo dei tifosi sugli spalti rimase palpabile. Oggi le cose sono cambiate, i muri confessionali valicabili, e addirittura l'italiano Lorenzo Amoruso è diventato il primo capitano cattolico dei Rangers. Quei Rangers di cui nel momento in cui scrivo non se ne conosce l'esatto futuro. Ma in ogni caso se giocate nell'una o nell'altra squadra di Glasgow evitate di segnarvi o di mimare flauti orangisti, non si sa mai.

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di Sir Simon

Le Rose Bianche di Leeds


A Leeds l'inverno è talmente egocentrico, che ogni anno pretende di essere il più freddo di sempre. Scatena un vento pungente che ti sferza la faccia, duro, come le vocali strette degli inglesi del nord. Un inverno così lungo, che sembra nessuno si ricordi cosa c'era prima, a parte quella breve parentesi autunnale che piega gli alberi e riempe le strade di foglie morenti. Il sole? Una band d'apertura che si sgola qualche minuto e poi cede il passo al protagonista. A precipitazioni prive d'indulgenza che si abbattono al suolo tramando contro l'eroismo di piccoli fiori sbocciati nei giardini di Bramley, di Horsforth o di Roundhay. Ma, no. Non spaventiamo nessuno. Lo scenario non è così cupo. Anzi. La città brulica di vita e di attività, essendo uno dei centri finanziari più importanti dell'intero paese. Affollatissime le zone pedonali, piene di negozi, ristoranti, gallerie, pub che chiudono a tarda ora, e locali alla moda pieni di studenti in Erasmus. Su tutto si erge, lungo l’argine del suo canale anche l’imponente ed austero edificio della Royal Armouries. In ogni caso benvenuti a Leeds, la porta d'ingresso dello Yorkshire, dove le brughiere si alternano ai villaggi, in un coloratissimo patchwork di colture e vegetazioni diverse.
Benvenuti nella città del Leeds United AFC. Ma non iniziamo subito ad associare questa squadra con quella che per circa un decennio, a cavallo fra gli anni 60 e 70, visse un autentico periodo da protagonista sia in Inghilterra sia in Europa, raccogliendo trofei importanti, ma anche beffarde sconfitte e conosciuta con il celebre sopranome di dirty Leeds. Si è vero, non erano una comitiva di santi, ma alla fine, nel calcio l'aggettivo “sporco” o “cattivo” potrebbe fare compagnia a molte altre squadre che si vantano di avere una fedina penale pulita e che invece di misfatti dentro e fuori il rettangolo verde ne hanno combinati diversi. Non ci distraiamo, torniamo alle origini allora. Fumi, rumori, abitazioni povere e umide. E' la Leeds del 1904. Quando all'anagrafe cittadina questo club aveva un nome diverso. Leeds City. Ma il sodalizio venne radiato dalla Federazione nel 1919 a causa di certi pagamenti illegali compiuti per l'acquisto di alcuni giocatori durante il periodo del primo conflitto mondiale. Tra i coinvolti anche il futuro tecnico dell'Arsenal Herbert Chapman che successivamente se la cavò grazie a un amnistia. Ma non si poteva restare senza calcio. E quasi subito si decise di formare un nuovo club che rappresentasse la città, ed ecco il Leeds United. Primi anni nella Midland Football League, un campionato di seconda fascia dove spesso giocavano le squadre giovanili delle formazioni della prima divisione. E fu proprio grazie al posto vacante lasciato dalla formazione riserve del Leeds City che la neonata formazione poté iscriversi al torneo. Nel 1920, la squadra venne riconosciuta a tutti gli effetti, acquisendo così il diritto di partecipare ai campionati nazionali. In quello stesso anno il club venne acquistato da Hilton Crowther, ricco proprietario di un lanificio nonché dell' Huddersfield Town, deluso dalla scarsa partecipazione del pubblico dei Terriers, e a quanto pare invece affascinato dalla grande passione della gente di Leeds. Non ci fu la fusione tanto temuta dai tifosi di Huddersfield. Alla fine le due compagini rimasero ben distinte e Crowther si dedicò esclusivamente allo United.
L'esordio ufficiale avviene in seconda divisione il 28 agosto 1920 contro il Port Vale, terminato con una sconfitta per 2-0, ma quello che più contava in questo caso non era il risultato ma il ritorno all'attività sportiva per i bianchi del West Yorkshire, che nell'anno di grazia 1923/24 faranno la loro prima apparizione nel massimo campionato. Ho volutamente commesso un errore cromatico. Quel Leeds non giocava in bianco. Fino al 1934 le divise presentavano un disegno a strisce verticali bianco blu. Richiamo voluto al momento dell' aquisizione della squadra da Crowther nel tentativo poi andato a vuoto di unire le due società. Nel settembre del 1934, arrivò l'adozione di una maglia blu e oro simile all'emblema cittadino, e il nick name di "The Peacocks". Intanto due anni prima nel 1932 nello storico impianto di Elland Road l'attesa per la gara con l'Arsenal fu talmente febbrile e coinvolgente che quattro ore prima il pubblico era già al suo posto ad aspettare il fischio d'inizio. Era il 27 dicembre, e sotto le tribune gocciolanti ai piedi di Beeston Hill, ci sono 56796 cappotti e probabilmente altrettanti berretti. Il loro record d'affluenza resisterà per 35 anni. Gli anni seguenti la seconda guerra mondiale si fanno luce giocatori come Willie Edwards, Ernie Hart, e Wilf Copping, con quest'ultimo che si prende anche la soddifazione di vestire la maglia della nazionale inglese. La storia a alti e bassi del Leeds non conosce soste, nel 1947 ecco l'ultimo posto in campionato e la conseguente retrocessione. Ma il sorriso dalle parti di Elland Road non tarda a tornare. Al timone della squadra in quegli anni c'è Frank Buckley. Anzi a dirla esattamente il Maggiore Frank Buckley. Nasce a Urmston nel Lancashire nel 1882. Calciatore e soldato, farà della disciplina e del rigore morale la sua filosofia preferita. Ma lo sguardo burbero non riesce nascondere una malcelata gentilezza che lo renderà benvoluto e rispettato da tutti. Nel 1948 scova un colosso gallese dalla fisicità dirompente e dall'aspetto bonario. Si chiama John Charles e gioca nello Swansea. Nel gennaio del 1949 firmerà il suo primo contratto da professionista con il Leeds United. Centromediano dinamico e sicuro, travolgente negli inserimenti offensivi con un colpo di testa a dir poco strepitoso, ben presto si guadagnerà l'appellativo di “King John”. Un idolo assoluto che nella stagione 1953/54 vincerà il titolo di capocannoniere con l'invidiabile bottino di 42 reti. Ciò nonostante la squadra non toccherà i vertici della classifica, a differenza degli anni successivi che vedranno il club tornare prepotentemente in prima divisione. E' il 1956, ancora con Charles, che questa volta metterà la sua sigla su 30 centri. Il gigante gallese non risentirà nemmeno la differenza del salto di categoria. Nel torneo seguente infatti le reti saranno 38. Ma quel campionato sarà segnato da un episodio che la storia del Leeds e di Leeds non potrà mai dimenticare. L'incendio di Elland Road del 18 settembre 1956. L'odore acre del fumo avvolge l'intera cittadina, le fiamme iniziano a divorare la West End, per poi spargersi ovunque. Ingoieranno palloni, divise, trofei, le attrezzature, gli spogliatoi, le stanze degli amministratori, l'ufficio stampa e i generatori per il sistema di illuminazione. Alla fine tutto era un enorme ammasso di macerie fumanti. Il fuoco sembrò portarsi via non solo lo stadio ma anche il futuro stesso del Leeds United. Ma qui abita gente orgogliosa, tenace. Nessuno vuole abbandonare Elland Road. Nessuno vuole lasciare la casa in cui questo club è cresciuto. Pochi giorni dopo l'incendio, in uno scenario quasi post bellico, gruppi di spettatori si sistemerammo alla meglio fra i resti contorti e anneriti dello stadio per assistere al match contro l'Astonvilla e al goal vincente del solito Charles. Ma adesso bisogna rimboccarsi le maniche, e tirare fuori qualche sterlina per la ricostruzione. “Qualche” non è il termine esatto, ne serviranno 130000. Un impegno economico che fra qualche lacrima di disappunto, non può prescindere dalla cessione del calciatore di spicco del club. John Charles si accaserà in Italia alla Juventus per 65000 sterline. A Torino con la coppia Sivori, Boniperti, darà vita a un ciclo leggendario per i bianconeri. A Leeds il contraccolpo è forte. Nel 1960 la squadra retrocede ancora in seconda divisione.
Il vuoto della partenza di John Charles viene colmato con l'arrivo di Donald George Revie. Uno nato a Middlesrough e che a 14 anni ha già lasciato la scuola per giocare a calcio. Alle spalle una discreta carriera con Leicester City, Hull City, Manchester City, Sunderland, prima di arrivare nello West Yorkshire come giocatore nel 1958. In campo è incisivo e preciso, e dotato di una buona visione di gioco. Come uomo assomiglia più a un commissario di Scotland Yard, basette lunghe, capello ondulato, e una faccia rotonda con un mezzo sorriso accennato, che prima ti legge dentro e poi chiude il tuo file in un cassetto della memoria. Forse insieme a quello di qualche arbitro e dirigente della federazione. Preparazione maniacale o tentativi di corrompere l'avversario? Ad ogni modo la carriera di manager di Don Revie a Elland Road parte nel 1961. Vuoi per emulare il grande Real Madrid dell'epoca vuoi per un voto di scaramanzia in seguito a una salvezza rocambolesca, il nuovo tecnico decide di modificare i colori ufficiali del club. Si passerà a un completo totalmente bianco, dove negli anni a venire campeggieranno, gufi, acronimi l.u.afc, rose, fino all'attuale crest moderno. Don Revie, aprirà un epoca. Come successo in altri casi, dove una squadra aveva vinto poco o niente nel suo passato, non appena nel 1964 fa ritorno nella massima serie, riesce a mettere in fila una serie inaspettata di risultati. Non si tratta di poche brillanti stagioni, non una meteora passeggera, ma di ben due lustri nei quali fu recitato sempre un ruolo da protagonista. Dopo aver raggiunto il secondo posto nei primi due campionati e una finale dell’ allora Coppa delle Fiere, nella stagione 67/68 ci fu la conquista della Coppa di Lega e la stagione successiva il tanto sospirato titolo di Campione d’ Inghilterra, con 67 punti. A sei punti il Liverpool, a 10 l'Everton terzo classificato. Maggior numero di vittorie, minor numero di sconfitte. In ogni competizione il Leeds riusciva ad arrivare quasi sempre a contendere il titolo all’ avversario di turno. Ma paradossalmente questa tenacia nel voler conseguire ogni traguardo impedì alla squadra di Revie di vincere ancora di più. Spesso la squadra arrivava alle partite decisive letteralmente spremuta, così si spiegano le numerose e talvolta inaspettate sconfitte. Venne conquistata l’ unica FA Cup della propria storia nel 1972 ma contornata da tre finali perse e non sempre contro avversari di livello, due Coppe delle Fiere nel 68 e 71, la finale della Coppa delle Coppe persa in maniera quantomeno sfortunata contro il Milan, e una serie infinita di piazzamenti, nelle zone di prestigio del campionato. L' ultimo acuto fu la conquista del secondo titolo inglese nel 73/74. La chiamata della nazionale chiude anticipatamente l’era Don Revie, e il nuovo ciclo affidato all’ emergente ed ex-nemico Brian Clough proveniente dal Derby County che però termina mestamente dopo appena 44 giorni con un flop clamoroso. Nel mezzo la rissa di Wembley fra il capitano storico Billy Bremner e Kevin Keegan del Liverpool. Una squadra che annoverava nomi quali, John Charles, Jack Charlton, il regista John Giles, Peter Lorimer, Norman Hunter; ed era etichettata come rude, sleale, esibendo tali doti agonistiche in campo tanto da essere etichettata dagli avversari a torto o a ragione come il Dirty Leeds. Raggiungerà in ogni caso la finale di Coppa dei Campioni a Parigi guidata in panchina da Jimmy Armfield, ma il Bayern Monaco si imporrà per due reti a zero. 


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Cominciano gli anni bui caratterizzati dal ritorno in seconda divisione. Agli inizi degli anni 90, dopo essere tornata nella massima serie, arrivò un inaspettato titolo grazie soprattutto all’ innesto del talento di Eric Cantona. Cantona è un marsigliese, istrionico, e ruvido. Nel gennaio 1992, andò in Inghilterra per effettuare un provino con lo Sheffield Wednesday, allenato da Trevor Francis. Gli venne offerto un secondo provino, ma ciò provocò il risentimento del giocatore, che si ritenne offeso e decise di firmare per il Leeds United, diventando una colonna della squadra che vinse il titolo nel 1992 sotto la guida saggia di Howard Wilkinson. L'avvio del torneo, iniziato il 17 agosto 1991, fu favorevole al Manchester City che vinse le prime tre partite. Alla giornata successiva i rivali cittadini del Manchester United presero il via libera e tentarono la fuga, tallonati dal Chelsea, dal Liverpool, e infine dal Leeds, che al tredicesimo turno prese il comando solitario della classifica. Nelle successive cinque giornate si alterarono al comando della classifica il Leeds, e i Red Devils, che al termine del girone di andata erano con due punti di vantaggio sui rivali. Il testa a testa tra le due squadre continuò anche all'inizio del girone di ritorno e sembrò arrivare ad un punto di svolta quando, alla ventottesima giornata, il Manchester United si portò a +4 sul Leeds. A partire dalla trentesima giornata il Leeds recuperò lo svantaggio sui Red Devils conquistando la vetta dopo due giornate. Al trentacinquesimo turno il Manchester United riprese il comando solitario della classifica, ma dopo quattro giornate i bianchi conquistarono definitivamente la vetta del campionato, assicurandosi la vittoria con una giornata di anticipo e concludendo con quattro lunghezze di vantaggio sugli uomini di Ferguson. Non solo Cantona, quella era la squadra del portiere John Lukic, del terzino Tony Dorigo e dei suoi ricci sempre perfetti, della grinta dell'Irlandese Gary Kelly, del povero Gary Speed e delle sue scorribande, dell'esperienza di Gordon Strachan, dello scozzese Mc Allister, delle due punte, Lee Champan, (inglese barcollante ma puntuale sotto porta), e del velocissimo colored Rod Wallace. Eric Cantona se ne andrà da Leeds nel gennaio del 1992. Troppo acute le sirene dorate del Manchester United. All'Old Trafford arrivarono reti e successi e anche un episodio negativo. Troppo brutto per essere vero. E Allora cancellate il 25 gennaio 1995, scordatevi il Selhurst Park di Londra, togliete dalla storia Crystal Palace-Manchester United. Eric Cantona forse finì il suo ciclo nel sud della capitale inglese. Era il simbolo del Manchester, fu espulso per un fallo su Richard Shaw. Protestò con l’arbitro, poi se ne andò. Nervoso, verso gli spogliatoi. L’urlo dagli spalti, l’insulto. Lui parte: un colpo di kung-fu con entrambi i piedi, i tacchetti di ferro sul petto di Matthew Simmons. Uno che non doveva esserci quel giorno allo stadio: non tifava Crystal Palace, ma Fulham. Era un ex carcerato, ex affiliato a un movimento di estrema destra. Un violento. Il grido: “Fottuto francese di merda e deficiente”. Assalto. Vergogna. Tutti scatenati contro il calciatore pazzo: “Cantona deve essere cacciato per sempre dagli stadi di calcio”. “E’ indifendibile”. Eric oggi non si difenderebbe neanche da solo. Sarebbe forse il primo a fare il parallelo, a raccontare con voce impostata la solita parabola del campione che gioca con la vita. Matto, sregolato, cattivo, sbagliato. Quelli su cui è sempre bello e facile sparare: se le cercano. “Non è un vero attore, non può fingere, non è un cialtrone”. Né calciatore, né attore. Eric, punto. Come se fosse un’entità, uno spirito trasversale, un artista completo. Gira con la sua Laika a pellicola. Fotografa il mondo per sapere dove vive, ritrae la gente per capire chi è: “Scatto in bianco e nero, perché il bianco e nero, per me, rappresentano la vita e la morte”. Bianco e nero. Come la continua altalena del club di Leeds. George Graham sostituì Wilkinson sulla panchina; il suo arrivo fu causa di diverse controversie da parte della stampa e dei tifosi. Graham alle spalle aveva subìto una lunga squalifica da parte della Federazione, per via di alcuni pagamenti illegali versati ad alcuni agenti di giocatori.
Ad ogni modo il nuovo allenatore mise a segno alcuni astuti acquisti, grazie ai quali il Leeds riuscì a qualificarsi per la Coppa UEFA. Nell'ottobre del 1998, Graham lasciò i Whites ed al suo posto venne ingaggiato l'ex gunners David O'Leary come direttore tecnico, coadiuvato da Eddie Gray. Grazie a questa coppia e alla sua politica di rinnovamento il Leeds, introdusse moltissimi giovani talenti, come il difensore Jonathan Woodgate, il trequartista Alan Smith ed il centrocampista Stephen McPhail, il loro talento contribuì a trascinare la squadra alle semifinali della Coppa UEFA ed al terzo posto in classifica, grazie al quale il Leeds ottenne l'accesso per la UEFA Champions League.
Nella semifinale di andata della Coppa UEFA, gli inglesi si trovarono di fronte ai turchi del Galatasaray. Disgraziatamente prima dell'inizio di quella partita persero la vita due tifosi del Leeds, Christopher Loftus e Kevin Speight, vittima della violenza di alcune frange di tifo estreme della squadra turca. Nella partita di ritorno venne osservato un minuto di silenzio, che da allora viene ripetuto ogni volta che il Leeds gioca un incontro in prossimità della data della tragedia. Era il 9 aprile 2000. Le risorse finanziarie non erano però state gestite adeguatamente, ed una nuova crisi colpì nuovamente il club. I giocatori più quotati vennero venduti e i risultati scarseggiarono pesantemente, facendo precipitare il Leeds fino in terza divisione nel giro di poche stagioni. Non senza patemi d’ animo, il Leeds è riuscito al termine della stagione 2009/10 a far ritorno in seconda divisione, nella speranza di poter rivivere altri momenti d’oro. Un altro Eldorado. Ma il presente ci parla di più bassi che alti. Ad ogni modo, comunque, questa resterà una squadra che ha segnato un epoca nel panorama del calcio inglese, ma per favore, alla fine, non chiamatelo sporco, non chiamatelo maledetto, chiamatelo solo e più semplicemente Leeds United. Marching on together....




di Sir Simon

I Vasai di Stoke


Un testo drammatico, crudo, che parla di amore e di morte. Una donna porta alla perdizione il suo uomo sconvolgendolo coi sensi e poi lo tradisce. Lui la scopre, si sente ferito, perduto, e la uccide in lacrime. E' il 1968, quando Tom Jones, ex minatore gallese, aitante e vigoroso, porta al successo la canzone Delilah. Ne rende credibile la storia attraverso parole semplici e d'effetto, accompagnate da una musica dolente che colora efficacemente la vicenda. Fino a qui niente di strano. Una canzone come tante altre, più triste di tante altre, forse troppo, ma nulla di più. Un singolo che raggiungerà i primi posti delle classifiche in diversi paesi, Inghilterra compresa, ma pensare che un giorno venisse associata a un club calcistico per farne una vera e propria lirica sembrava davvero poco credibile. Succederà in un pub di Derby. Ma non ai Rams. Succederà allo Stoke City. Siamo negli anni settanta, i mitici seventies. I potters sono impegnati in trasferta al Baseball Ground e un gruppo di sostenitori biancorossi è alle prese con l'ennesimo “rounds” i celeberrimi giri di bevute, dove tutti offrono da bere a tutti in modo da dividere il conto. Parte l'ennesimo coro. E con il coro qualche parolaccia di troppo. Indecente. Vietato, non si può. La polizia interviene e fa abbassare i toni. Bene, non possiamo cantare le nostre canzoni? Nessun problema, canterà il Juke box per noi, e canterà la canzone più mesta e malinconica che ha in dotazione. La monetina la inserisce un certo Anton Booth, poi non appena partono le prime note di Delilah, si alza su un tavolo e tutti a poco a poco lo seguono nel ritornello: “ My, my, my Delilah, Why, why, why Delilah..” Fu un trionfo, goliardico, e inaspettato. Da quel giorno Anton Booth responsabile della società d' assicurazioni Newcastle-based Booth AD & Sons, sarà per tutti TJ, e Delilah l'inno riconosciuto dello Stoke City Football Club. La terza squadra più antica al mondo. Anno di nascita 1863 con il nome di Stoke Ramblers, e con il padre fondatore Henry Almond della Charterhouse School, che sarà il primo capitano e il primo marcatore della squadra. Uno e trino. Nel 1888 i biancorossi avranno l'onore di essere tra i dodici club che daranno vita alla Football League. Siamo a Stoke on Trent per l'esatezza, Midlands Occidentali .Città terza nel calcio, prima nell’industria della ceramica. Questo grazie a una zona ricca d'argilla e carbone nonché di sale e piombo. Nel 1769 Josiah Wedgwood costruirà uno dei primi stabilimenti della gran Bretagna ancora oggi famoso e in funzione. Un nick name del club, quindi, scritto nel destino, nel sottosuolo dello Staffordshire. Accoppiamento inevitabile: Potters, i vasai. Ma partiamo da un giocatore. Il primo. Il primo giocatore europeo a vincere il Pallone d’Oro. Anno domini 1956. Sir Stanley Matthews. A essere sinceri il riconoscimento non gli venne assegnato per gli allori conquistati in quella stagione, quanto piuttosto come omaggio alla carriera, oltre che alle sue indubbie doti di atleta. Quando France Football gli consegnò il premio, infatti, The Magician aveva già 41 anni. E nessuna intenzione di appendere le scarpette al fatidico chiodo. Giocò infatti fino alla stagione 1964/65, fino a 50 anni, un età impensabile per tutti a certi livelli, altalenandosi tra la First e la Second Division. Matthews nasce il primo (e non poteva essere altrimenti) di Febbraio del 1915 a Henley, proprio nei dintorni di Stoke on Trent. E proprio al Victoria Ground, casa dello Stoke City, mosse i primi passi della sua carriera, firmando il primo contratto da professionista nel 1932. Due anni più tardi, diciannovenne, esordiva in nazionale contro il Galles. Risultato 4-0, e la sua firma su un gol. Ciononostante le pagelle del Daily Mail lo etichettarono incapace di reggere la pressione nelle partite più importanti, quelle di cartello. Si sbagliarono. Matthews era un ala destra, in un ruolo che diventerà un marchio di fabbrica della scuola inglese. Faccia rugosa, la stempiatura ed i capelli pettinati all’indietro con la brillantina, rapidissimo con il dribbling nel sangue, tanto da essere soprannominato The Wizard of the Dribble. I suoi cross erano pennellate di genio per quegli armadi semoventi che erano gli attaccanti inglesi del suo tempo. Eppure, in carriera raccolse molto meno di quanto seminato, limitato forse da squadre non alla sua altezza, e dall'arrivo della Seconda Guerra Mondiale, che rubò i suoi anni migliori nei quali prestò servizio nella RAF a Blackpool. Una ridente cittadina turistica bagnata dal Mare d’Irlanda e meta preferita dei vacanzieri inglesi di fine Ottocento che volevano fuggire dal grigiore delle città industriali inglesi. Fatto sta che a Blackpool giocherà 15 anni, per un totale di 391 partite e 17 gol, tutti in First Division e scriverà le pagine più belle della storia dei Seasiders, compresa naturalmente quella storica finale di FA Cup contro il Bolton. Ma torniamo a Stoke e da lì che siamo partiti ed è lì che dobbiamo tornare. Perchè nel 1961 Matthews accetta di fare ritorno a casa. Il merito del rimpatrio va essenzialmente a un manager caparbio, bravo a saper sfruttare al meglio l'esperienza di giocatori all'apparenza troppo in là con gli anni. Si tratta di Tony Waddington, su cui torneremo fra un po'. Lo Stoke City intanto è retrocesso in Seconda Divisione nel 1953. Con Matthews riconquisterà la promozione nel 1963 e due salvezze consecutive negli anni a seguire. Nel 1965 gli arriva il titolo di Cavaliere dell’Impero Britannico per meriti sportivi, (anche qui il primo sportivo a ricevere quest’onore) poi in febbraio l’ultima apparizione in campionato, contro il Fulham, a 50 anni suonati. Un uomo e un calciatore di Stoke. Il più importante ma naturalmente non il solo che ha messo in luce la città dei vasai. Avevamo parlato di Tony Waddington, nato a Manchester nel 1920. Come calciatore toccò quasi 200 presenze con la maglia del Crewe Alexandra, per poi lasciare l'attività agonistica in seguito alle conseguenze di una ferita al ginocchio mentre prestava il servizio militare in marina durante la guerra. Uomo ordinato e attento arriva a Stoke nel 1960 e, dopo la già citata promozione del 1963, focalizzerà la sua attenzione sopratutto su centrocampo e difesa. Costruirà una linea difficilmente valicabile che sarà ribattezzata “Waddington Wall”. Nel 1964 giungerà a disputare la finale di Coppa di lega, ma dovrà arrendersi al Leicester City. In quel Leicester giocava un giocatore che due anni dopo arriverà a Victoria Ground da campione del mondo. Non uno qualsiasi. Uno dei più grandi portieri di sempre del calcio inglese e non solo. Gordon Banks. Uno che se lo guardi capisci che ha sofferto. La vita lo segna da subito. Portatore di carbone, muratore, e nel tempo libero per divertirsi una squadra di minatori che dava calci a un pallone. Ma la sua tecnica non può restare nei campetti del dopolavoro. Ottimi riflessi, freddezza, buona capacità di guidare la propria retroguardia. A notarlo il Chesterfield che lo farà esordire nel 1955, fino a che nel 1959 per 7000 sterline si accasò nella tana delle volpi di Leicester. Nè difenderà la porta per 293 partite. In nazionale protagonista per quasi un decennio vincerà la coppa Rimet del 1966, e sarà protagonista di un episodio passato alla storia. Una parata. Il suo mestiere. Accadde a Guadalajara, nei mondiali messicani, nell'ormai lontano 1970: il nazionale verdeoro Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, si elevò per colpire di testa un cross indirizzato dentro l'area di rigore dell'Inghilterra dal compagno di squadra Jairzinho, abile a sfuggire alla marcatura di Cooper, il suo dirimpettaio su quella fascia. Era goal. Anzi: sembrava fosse goal. Mentre il fuoriclasse brasiliano stava per esultare Gordon Banks, l'estremo difensore britannico, una volta compreso che non si trattava di un tiro diretto alla sua porta bensì di un traversone schizzò da un palo all'altro, riuscendo incredibilmente a deviare la sfera oltre la linea del campo. "Quando Jairzinho ha calciato il pallone, ho cominciato a indietreggiare verso la porta. Poi ho valutato la traiettoria: era impossibile che qualcuno potesse raggiungerla. A quel punto ho visto Pelé. Sembrava arrampicarsi verso il cielo sempre più in alto, finché ha raggiunto il pallone e lo ha colpito con tutta la forza che aveva in corpo. E io sono andato a prenderlo". Lo Stoke City aveva 109 anni nel 1972 ma la loro sala trofei presentava tristemente più polvere che coppe. E nessuno si sarebbe aspettato di vincere la finale di Coppa di Lega. Al Victoria Ground, Waddington aveva portato per 35000 sterline l'intramontabile e inossidabile George Eastham, centrocampista di 34 anni. Ex Newcastle, ed ex Arsenal. Settanta goal in dieci anni e una battaglia in tribunale per i diritti dei giocatori che all'epoca fece scalpore. Con lui gente del calibro di Mike Pejic, John Ritchie, e Jimmy Greenhoff. Per arrivare alla finale di Wembley lo Stoke impiegherà 11 partite comprensive della storica semifinale con lo West Ham, terminata solo al terzo incontro in campo neutro all' Old Trafford di Manchester e finito 3-2 per i Potters. In finale si sarebbe scontrato con un nome che in quel momento faceva tremare molti: Il Chelsea. I blues inizieranno forte. D'altra parte la squadra di Dave Sexton poteva permettersi gente come Peter Bonetti, Ron “Chopper” Harris, Peter Osgood, e Alan Hudson. Loro che erano espressione di un quartiere alla moda, che portavano basette lunghe e folte e con i pantaloni a zampa d'elefante pulivano i marciapiedi di Fulham Brodway. Ma lo Stoke in contropiede punge subito dopo cinque minuti con Terry Conroy che di testa in mischia porta lo Stoke City in vantaggio. Ovvio, il Chelsea non ci sta e Osgood pareggia le sorti del match proprio in chiusura di primo tempo. Nell'ultima azione del primo tempo. Un goal che moralmente poteva spezzare le gambe. Gordon Banks nella ripresa venne chiamato agli straordinari, con salvataggi cruciali. Ma al 73 ' Bonetti è costretto a una respinta corta sul tiro da centro area di Jimmy Greenhoff scaturito dal cross radente di Conroy. Sulla palla vagante si fionda Eastham, e il vecchio leone mai domo regala il trofeo ai Potters. Su un rinvio di Banks l'arbitro Burtenshaw fischia la fine dell'incontro. E' il momento degli abbracci e della gioia, fra il calore dei migliaia di tifosi arrivati da Stoke, e il momento del giro d'onore tra le bandiere e le sciarpe biancorosse sugli spalti. Sembrava una festa di famiglia scrisse Hugh McIlvanney nel Observer. 



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Una festa i cui echi il tempo sta allontanando e che sarebbe il momento di rivivere. Vero Delilah?..




di Sir Simon